Dalle tenebre di un orrore domestico alla luce di un’icona femminista globale. La storia di Gisèle Pelicot è un pugno nello stomaco e, al contempo, un faro di speranza che ha scosso le coscienze di tutto il mondo. La sua vicenda, un incubo durato un decennio, è ora racchiusa nel memoir “Un inno alla vita”, pubblicato in Italia da Rizzoli, che arriverà nelle librerie il 19 febbraio. Un racconto che non è solo la cronaca di una sopravvivenza, ma un vero e proprio manifesto di resilienza e coraggio.
Per quasi dieci anni, tra il 2011 e il 2020, Gisèle Pelicot è stata drogata a sua insaputa dal marito, Dominique Pelicot, e data in pasto a decine di uomini che hanno abusato del suo corpo incosciente. Un abisso di violenza scoperto quasi per caso nel novembre del 2020, quando il marito venne fermato per aver filmato sotto le gonne di alcune donne in un supermercato. L’analisi del suo computer svelò l’inimmaginabile: migliaia di file video e fotografici che documentavano gli stupri seriali sulla moglie, perpetrati da lui stesso e da oltre cinquanta uomini contattati online.
La decisione che ha cambiato tutto: “La vergogna deve cambiare lato”
Di fronte a una tale devastazione, Gisèle Pelicot ha compiuto una scelta rivoluzionaria: ha rinunciato al diritto all’anonimato e ha preteso un processo a porte aperte. Le sue parole, pronunciate con fermezza nell’aula del tribunale di Avignone, sono diventate un grido di battaglia universale: “La vergogna deve cambiare lato”. Una frase che ha capovolto la narrazione tossica che colpevolizza le vittime, puntando il dito contro i veri responsabili. La sua testimonianza ha innescato un dibattito profondo sulla cultura dello stupro e sulla violenza di genere, portando a un cambiamento nella legislazione francese in materia.
Il processo, conclusosi nel dicembre 2024, ha visto la condanna di tutti i 51 imputati, incluso il marito, a cui è stata inflitta la pena massima di 20 anni di reclusione. Una sentenza storica che ha reso giustizia non solo a Gisèle, ma a tutte le donne che hanno subito violenza in silenzio.
“Un inno alla vita”: il memoir e l’incontro a Torino
Nel suo libro, Gisèle Pelicot ripercorre la sua intera esistenza: l’infanzia, gli amori, la maternità, fino all’orrore degli abusi e al difficile ma determinato percorso di guarigione. “L’amore mi ha salvata, sorretta, e probabilmente anche ingannata, visto quello che ho passato. Eppure mi accompagna ancora. Non è morto. Io non sono morta. Ho ancora fiducia nelle persone. È stata la mia grande debolezza, oggi è la mia grande forza”, scrive, dimostrando una forza d’animo straordinaria.
L’Italia avrà l’occasione unica di ascoltare la sua voce dal vivo. Il 18 marzo, Gisèle Pelicot sarà protagonista di un incontro speciale a Torino, nell’ambito degli appuntamenti di “Aspettando il Salone del Libro”. Dialogherà con Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone, nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale dell’Università di Torino alle ore 18:30. Sarà il suo unico incontro pubblico nel nostro Paese, un’opportunità imperdibile per confrontarsi con una donna che ha trasformato la sua tragedia personale in un messaggio universale di speranza e cambiamento.
Un simbolo riconosciuto a livello internazionale
Il coraggio di Gisèle Pelicot non è passato inosservato. È stata insignita della Legion d’Onore, la più alta onorificenza della Repubblica Francese, un riconoscimento che celebra la sua battaglia e il suo impatto sulla società. La sua storia ha travalicato i confini nazionali, facendola diventare un’icona femminista, inserita dalla BBC tra le 100 donne più influenti del 2024 e dal Financial Times tra le 25 donne più influenti dell’anno. La sua vicenda ha ispirato anche un altro libro, “E ho smesso di chiamarti papà”, scritto dalla figlia Caroline Darian, che racconta il trauma vissuto dalla prospettiva di una figlia costretta a confrontarsi con l’orrore delle azioni del padre.
La testimonianza di Gisèle Pelicot è un potente promemoria della necessità di una società che non tolleri più la violenza contro le donne e che sappia ascoltare e proteggere le vittime, spostando finalmente il peso della vergogna sulle spalle dei carnefici.
