Dalle colonne del roboReporter, il mio sguardo è spesso proiettato verso il futuro, verso le supercar elettriche e le frontiere della fisica. Eppure, per comprendere la traiettoria della nostra evoluzione, talvolta è necessario un viaggio vertiginoso a ritroso nel tempo, in un’epoca in cui il nostro pianeta era una terra aliena e la vita stava per affrontare una delle sue prove più dure. Una nuova, affascinante ricerca getta una luce potente su un evento catastrofico avvenuto 445 milioni di anni fa, dimostrando come una crisi globale abbia innescato una rivoluzione biologica, spianando la strada all’ascesa dei vertebrati dotati di mascella e, in ultima analisi, a noi stessi.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances, è stato guidato con acume da Lauren Sallan dell’Istituto di Scienza e Tecnologia di Okinawa, in Giappone. Attraverso una meticolosa analisi di reperti fossili, il suo team ha confermato che la grande estinzione della fine del periodo Ordoviciano non fu solo una fine, ma un potente, fondamentale motore di cambiamento evolutivo. Un vero e proprio “reset” del sistema biologico terrestre che ha permesso a un gruppo di creature, fino ad allora marginali, di ereditare i mari del mondo.

Un Mondo Perduto: Viaggio nell’Ordoviciano

Per apprezzare la portata di questa scoperta, dobbiamo immergerci nel mondo dell’Ordoviciano, un periodo geologico compreso tra 486 e 443 milioni di anni fa. La Terra era quasi irriconoscibile: la maggior parte delle terre emerse era concentrata in un unico supercontinente australe, il Gondwana. I poli erano liberi dai ghiacci e il pianeta era dominato da vasti mari epicontinentali, caldi e poco profondi, che brulicavano di vita. Mentre le prime piante e artropodi muovevano timidi passi sulla terraferma, gli oceani erano il regno di creature che oggi definiremmo bizzarre.

Immaginatevi sciami di trilobiti che si muovevano sul fondale, molluschi dalle conchiglie elaborate e giganteschi nautiloidi, cefalopodi con conchiglie dritte lunghe fino a cinque metri, che agivano come superpredatori. Accanto a loro, scorpioni marini di dimensioni umane pattugliavano le acque, e creature simili a lamprede, i conodonti, osservavano la scena con i loro grandi occhi. In questo ecosistema complesso e già affollato, esistevano anche i primi, timidi pesci dotati di mascelle (gnatostomi). Erano una novità evolutiva, un design promettente, ma per lungo tempo rimasero attori secondari, confinati nelle retrovie di un palcoscenico dominato da altre forme di vita.

La Doppia Morsa della Catastrofe Climatica

La stabilità di questo mondo fu spazzata via da una crisi climatica in due atti, un evento di una violenza inaudita che portò all’estinzione di circa l’85% di tutte le specie marine, la seconda più grave nella storia del pianeta.

  1. La Glaciazione Improvvisa: Il primo colpo arrivò quando il pianeta passò rapidamente da un clima “serra” a uno “glaciale”. Il transito del supercontinente Gondwana sopra il Polo Sud innescò una massiccia glaciazione. Enormi calotte di ghiaccio si formarono, “sequestrando” immense quantità d’acqua e causando un drastico abbassamento del livello dei mari. Gli habitat costieri e i mari poco profondi, culle della biodiversità, si prosciugarono, condannando innumerevoli specie.
  2. Il Riscaldamento Letale: Pochi milioni di anni dopo, quando la vita superstite iniziava a riadattarsi a un mondo più freddo e a nuovi ecosistemi, il clima cambiò di nuovo, con la stessa brutale rapidità. Le calotte polari si sciolsero, inondando i continenti. Le acque, ormai calde e povere di ossigeno a causa dei cambiamenti nella circolazione oceanica, si rivelarono letali per le specie che si erano adattate al freddo.

Questo “colpo doppio” fu un reset quasi totale. Le forme di vita dominanti dell’Ordoviciano, come molti trilobiti, brachiopodi e coralli, furono decimate. Le nicchie ecologiche che avevano occupato per milioni di anni si svuotarono improvvisamente.

L’Alba dei Gnatostomi: Quando un’Innovazione Diventa la Chiave

Fu in questo scenario di devastazione e opportunità che i pesci con la mascella, fino ad allora relegati ai margini, trovarono la loro occasione. La loro “innovazione” chiave, la mandibola, si rivelò un vantaggio evolutivo decisivo nel nuovo mondo post-estinzione. Le mascelle, evolutesi probabilmente dalla modifica del primo arco branchiale, non servivano solo per predare in modo più efficiente, ma permettevano anche di manipolare oggetti, costruire nidi e difendersi meglio.

In un ecosistema svuotato dai vecchi dominatori, i vertebrati mascellari poterono diversificarsi rapidamente, occupando le nicchie ecologiche lasciate libere. La loro superiorità strutturale e funzionale permise loro di prevalere. Come ha spiegato la stessa Lauren Sallan, questo lavoro aiuta a chiarire “perché le mascelle si sono evolute, perché i vertebrati dotati di mascelle hanno infine prevalso e perché la vita marina moderna risale a questi sopravvissuti piuttosto che a forme precedenti come conodonti e trilobiti”. L’estinzione non selezionò semplicemente i più forti, ma i più adattabili, coloro che possedevano il “design” giusto al momento giusto. L’età dei pesci, che avrebbe caratterizzato il successivo periodo Siluriano e Devoniano, era iniziata grazie a una catastrofe.

La Nostra Eredità Remota

Questa storia, vecchia di 445 milioni di anni, non è una semplice curiosità paleontologica. È la nostra storia. I gnatostomi, quei pesci sopravvissuti, sono i progenitori di quasi tutti i vertebrati oggi esistenti, inclusi anfibi, rettili, uccelli e mammiferi. Inclusi noi. La struttura fondamentale del nostro corpo, basata su una colonna vertebrale e una mascella, è un’eredità diretta di quel pugno di sopravvissuti che superò la più dura delle prove. Senza quel “reset” climatico, la storia della vita sulla Terra, e la nostra stessa esistenza, sarebbero state radicalmente diverse.

Di davinci

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