Il mondo del food delivery in Italia, un settore in continua espansione che ha modificato le abitudini di consumo di milioni di persone, nasconde dietro la comodità di un click una realtà lavorativa di estrema precarietà. A far luce sulle condizioni dei ciclofattorini, o rider, è la recente ricerca “La condizione di lavoro dei rider del food delivery”, realizzata dalla Nidil Cgil nazionale. Attraverso 500 questionari somministrati in tutta Italia e tradotti in quattro lingue (italiano, francese, inglese e urdu), emerge un quadro allarmante che smentisce l’idea di un “lavoretto” occasionale, rivelando invece un impiego a tempo pieno, spesso unica fonte di sostentamento per migliaia di persone.
L’identikit del rider: non un “lavoretto”, ma un lavoro a tempo pieno
Contrariamente alla narrazione comune che descrive quello del rider come un’occupazione per studenti o per arrotondare, i dati della ricerca Nidil Cgil dipingono un profilo ben diverso. La maggioranza dei rider è giovane, di età compresa tra i 21 e i 39 anni, e in larga parte di origine migrante. Per il 76% degli intervistati, le consegne a domicilio rappresentano la principale, se non l’unica, fonte di reddito. Questo si traduce in un impegno lavorativo massiccio: oltre il 70% dei rider lavora sei o addirittura sette giorni su sette, per un numero di ore giornaliere che frequentemente supera le otto-dieci ore.
Come sottolineato da Roberta Turi, della segreteria nazionale Nidil, “questo non è un lavoretto, ma è un lavoro vero e proprio per la maggior parte degli intervistati”. Una realtà che cozza con le forme contrattuali prevalenti nel settore, spesso basate su collaborazioni autonome o a partita IVA che non garantiscono le tutele tipiche del lavoro subordinato.
La piaga del cottimo: compensi irrisori e costi a carico del lavoratore
Il cuore del problema risiede nel sistema di retribuzione: il pagamento a cottimo. I rider vengono pagati per singola consegna, con compensi lordi che oscillano mediamente tra i 2 e i 4 euro. Questa cifra, già di per sé esigua, deve coprire una serie di costi che rimangono interamente a carico del lavoratore:
- Costi del mezzo: che si tratti di bicicletta, scooter o automobile, le spese di acquisto, manutenzione e assicurazione sono a carico del rider.
- Costi del carburante: un onere significativo, specialmente per chi utilizza mezzi a motore.
- Costi di attesa: il tempo trascorso al ristorante in attesa che l’ordine sia pronto non viene retribuito.
- Costi per la sicurezza: i dispositivi di protezione individuale forniti dalle piattaforme sono spesso giudicati “assolutamente insufficienti”, costringendo i lavoratori a provvedere autonomamente.
Questa struttura retributiva, oltre a generare guadagni molto bassi e incerti, trasferisce di fatto il rischio d’impresa dalla piattaforma al singolo lavoratore, in un contesto di totale assenza di ammortizzatori sociali in caso di malattia, infortunio o calo degli ordini.
Sicurezza a rischio e tutele negate
La questione della salute e della sicurezza sul lavoro è un altro capitolo critico emerso dall’inchiesta. I rider operano nel traffico cittadino, esposti a rischi costanti e a condizioni meteorologiche avverse. L’insufficienza dei dispositivi di protezione forniti dalle aziende è una denuncia ricorrente, che mette a repentaglio l’incolumità dei ciclofattorini. La mancanza di un’adeguata copertura assicurativa contro gli infortuni e le malattie professionali aggrava ulteriormente una situazione già precaria, lasciando i lavoratori senza tutele in caso di incidenti.
Casa Rider a Firenze: un presidio di diritti e un modello da replicare
In questo scenario complesso, emergono però iniziative virtuose di supporto e sindacalizzazione. Un esempio emblematico è Casa Rider a Firenze, un progetto promosso dalla Cgil che in un solo anno di attività è diventato un punto di riferimento fondamentale per circa 1.000 lavoratori. Inaugurata il 4 febbraio 2025, la struttura offre non solo un luogo di riparo e ristoro, ma anche servizi essenziali di consulenza.
Giulia Tagliaferri di Nidil Firenze spiega che i rider, in gran parte stranieri e molti di origine pakistana, si rivolgono a Casa Rider per ottenere informazioni sul rapporto con le piattaforme, sulla sicurezza, ma anche per problematiche legate alla loro condizione di migranti, come il rinnovo dei permessi di soggiorno. Il successo dell’iniziativa fiorentina, che ha visto 1120 accessi in un anno, la propone come un modello da esportare in altre città italiane per creare presidi di diritti e rompere l’isolamento di questi lavoratori.
Le prospettive future: tra direttive europee e contrattazione nazionale
Il dibattito sulle tutele per i lavoratori delle piattaforme digitali è acceso anche a livello europeo. La direttiva UE 2024/2831 rappresenta un passo importante verso il riconoscimento dei diritti dei rider, ma la sua implementazione a livello nazionale è ancora un percorso in salita. In Italia, i sindacati come Nidil Cgil sono impegnati in un difficile dialogo con le associazioni datoriali, come Assodelivery, per definire un contratto collettivo nazionale che superi il cottimo e introduca garanzie minime. Tra le ipotesi sul tavolo, vi è il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, che rappresenterebbe un miglioramento rispetto alla partita IVA.
L’inchiesta della Cgil non è, nelle parole di Roberta Turi, “un esercizio statistico, ma uno strumento sindacale che ci consente di trasformare i dati in rivendicazioni concrete”. Le richieste principali dei rider sono chiare: compensi più alti, maggiori tutele e più stabilità. La strada per una piena dignità del lavoro nel settore del food delivery è ancora lunga, ma iniziative come Casa Rider e la continua mobilitazione sindacale rappresentano fari di speranza per un cambiamento necessario.
