LOS ANGELES – In un momento di forte tensione sociale e politica negli Stati Uniti, segnato da mesi di retate da parte degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della Border Patrol, una voce autorevole si è levata in difesa degli immigrati. L’arcivescovo della città californiana, José H. Gomez, ha celebrato una significativa ‘messa per la pace’ nella cattedrale di Nostra Signora degli Angeli, lanciando un appello accorato a riscoprire il valore fondante dell’accoglienza.
Senza mai nominare direttamente l’amministrazione Trump o le forze federali, il cui operato ha generato paura e incertezza in molte comunità, l’arcivescovo ha usato parole cariche di significato per invitare alla concordia e alla preghiera. “Preghiamo per la pace. Pace nelle nostre strade e nei nostri quartieri, ma anche pace nei nostri cuori”, ha affermato durante la sua omelia. “Preghiamo per i leader di governo, per le forze dell’ordine e per coloro che stanno protestando e difendendo le famiglie immigrate che soffrono — qui a Los Angeles, a Minneapolis e in tante altre città”.
Una Voce dal Peso Specifico Enorme
La presa di posizione di Monsignor Gomez, nato in Messico 71 anni fa, assume un rilievo particolare non solo per il contenuto del suo messaggio, ma anche per il ruolo che ricopre. Egli guida infatti l’arcidiocesi più estesa e popolosa degli Stati Uniti, una comunità che conta circa cinque milioni di fedeli. Un vero e proprio mosaico culturale e linguistico, come dimostra il fatto che nelle sue oltre 300 parrocchie la messa viene celebrata in ben 37 lingue diverse. Questa realtà multietnica rende l’arcidiocesi di Los Angeles un osservatorio privilegiato sulle dinamiche dell’immigrazione e dell’integrazione nel Paese.
Il suo appello, quindi, non è solo un richiamo spirituale, ma anche un forte messaggio politico, soprattutto se si considera che, secondo i dati delle elezioni del 2024, un elettore di Trump su cinque si dichiarava di fede cattolica. L’intervento di Gomez si inserisce in un dibattito più ampio all’interno della Chiesa cattolica statunitense, che da tempo esprime preoccupazione per le politiche migratorie restrittive.
Un Appello nel 250° Anniversario della Nazione
L’arcivescovo ha legato la sua riflessione a un momento storico per gli Stati Uniti: la celebrazione, proprio quest’anno, del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. “Viviamo un momento in cui sembra che molti abbiano perso fiducia nella promessa dell’America e nella visione dei suoi fondatori. Ed è triste che questo stia accadendo proprio quest’anno”, ha sottolineato con amarezza. Per Gomez, questo anniversario dovrebbe rappresentare “un tempo di rinnovamento, non un tempo di ripiegamento”.
Con parole che evocano i principi cardine della democrazia americana, ha ricordato il sogno dei padri fondatori: “una terra in cui uomini e donne di ogni razza e fede, di ogni nazione, potessero vivere con dignità”. Un sogno che, secondo l’arcivescovo, oggi è messo a rischio. “Come americani, come cristiani, dobbiamo far sentire la nostra voce in difesa della dignità della persona umana”, ha concluso davanti a centinaia di fedeli riuniti in cattedrale.
Il Contesto: Tensione e Proteste
Le parole di Monsignor Gomez arrivano in un contesto di crescente preoccupazione. Le operazioni dell’ICE hanno provocato ansia e paura tra le comunità di immigrati, non solo a Los Angeles ma in diverse città americane. A Minneapolis, le tensioni hanno raggiunto livelli molto alti, sfociando in proteste e manifestazioni che hanno visto la partecipazione anche di figure note come Bruce Springsteen. La Chiesa, in questo scenario, si pone come un punto di riferimento e di sostegno per le famiglie più vulnerabili, ribadendo che l’immigrazione resta una priorità per i vescovi statunitensi.
L’arcivescovo di Los Angeles ha più volte invitato al dialogo e alla calma, esortando il Congresso a trovare una soluzione per riformare un sistema migratorio definito “rotto”. “Siamo uniti nel pregare per gli immigrati nel nostro Paese. Restiamo loro vicini: sono qui per rendere migliore la nazione”, ha ribadito, offrendo una prospettiva che contrasta nettamente con la retorica della criminalizzazione e dell’invasione.
