Da baluardo della finanza decentralizzata a barometro del rischio politico. L’aura quasi mitologica del Bitcoin, a lungo definito l’“oro digitale” del ventunesimo secolo, sembra svanire sotto i colpi di una realtà di mercato sempre più complessa e interconnessa. La recente caduta della criptovaluta per eccellenza, che dopo aver toccato vette superiori ai 120.000 dollari la scorsa estate è precipitata sotto la soglia psicologica degli 80.000 dollari, non è un semplice incidente di percorso, ma il sintomo di un profondo cambiamento di paradigma. Insieme a Bitcoin, anche altri pilastri del mondo crypto come Ether e Solana hanno subito perdite a doppia cifra, segnalando un’ondata di sfiducia che attraversa l’intero settore.

L’entusiasmo sfrenato, alimentato da un contesto di guadagni facili e da una narrativa di rivoluzione monetaria, sta lasciando il posto a un desiderio più sobrio e tangibile di sicurezza. Gli investitori, in particolare quelli istituzionali, guardano ora al mondo delle valute digitali con un certo “snobismo”, trattandole non più come una classe di asset a sé stante, ma come strumenti ad alto rischio, strettamente correlati alle turbolenze dei mercati tradizionali.

La Fine della Narrativa “Oro Digitale”

Il test più significativo per la tesi del Bitcoin come bene rifugio è stato il suo comportamento di fronte ai tradizionali indicatori di mercato. La teoria, affascinante nella sua semplicità, voleva che la criptovaluta si comportasse come l’oro: un porto sicuro in tempi di incertezza, una copertura contro l’inflazione e la svalutazione delle valute fiat. I fatti, tuttavia, hanno raccontato una storia diversa. Durante il recente rally dell’oro, che ha toccato nuovi massimi storici spinto dalle tensioni geopolitiche, Bitcoin è rimasto inerte. Non ha attratto flussi di capitale né ha offerto riparo. Al contrario, quando i metalli preziosi hanno subito una brusca correzione, la criptovaluta non ha mostrato alcuna reazione significativa, se non quella di continuare la propria discesa.

Questa assenza di correlazione inversa con gli asset rischiosi e di correlazione diretta con i beni rifugio ha inferto un colpo mortale alla sua reputazione. Come spiegato da Pramol Dhawan, amministratore delegato di Pimco, al Financial Times, la narrativa dell’oro digitale è semplicemente “svanita”. Il crollo dei prezzi dimostra, secondo l’esperto, che “non c’è alcuna rivoluzione monetaria” in atto, ma piuttosto la ricalibrazione di un asset speculativo. Bitcoin si è comportato più come un titolo tecnologico ad alto beta che come una riserva di valore stabile.

Il Peso dell’Associazione Politica e Geopolitica

Un fattore cruciale in questa riconsiderazione del rischio è il legame sempre più stretto tra il destino delle criptovalute e le vicende politiche. L’amministrazione Trump, con le sue mosse pro-crypto — dalla nomina di regolatori favorevoli all’interruzione di azioni legali contro le società del settore — aveva inizialmente creato un ambiente fertile per la crescita esponenziale del mercato. Questo idillio, però, si è rivelato un’arma a doppio taglio.

Le recenti tensioni geopolitiche, dalle minacce tariffarie alle dispute con Iran e Venezuela, hanno spinto gli investitori a fuggire dagli asset percepiti come più rischiosi. In questo contesto, il Bitcoin è stato visto non come una soluzione, ma come parte del problema. Un investitore ha affermato al Financial Times che la moneta sta “pagando il prezzo dell’associazione con il partito repubblicano”, evidenziando come l’eccessiva politicizzazione abbia trasformato un presunto asset neutrale in un indicatore del sentiment verso una specifica amministrazione. Gli investitori cercano ora rifugio nei porti sicuri tradizionali: oro e argento.

La Prova del Dollaro: Un Legame Inverso e Spezzato

Anche l’analisi del rapporto con il dollaro americano rivela le profonde contraddizioni del Bitcoin. Storicamente, un dollaro debole avrebbe dovuto sostenere il valore delle criptovalute, spingendo gli investitori a cercare alternative. Eppure, durante la fase di debolezza del biglietto verde a gennaio, causata dai timori per i rischi politici dell’amministrazione USA, il mercato crypto non ha registrato alcun beneficio.

Al contrario, la correlazione negativa si è manifestata con forza quando il dollaro si è improvvisamente apprezzato. La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, percepito come un sostenitore di una politica monetaria più restrittiva, ha rafforzato la valuta americana e, di conseguenza, ha spinto ulteriormente al ribasso il valore delle monete digitali. Questo comportamento asimmetrico dimostra che il Bitcoin, allo stato attuale, è vulnerabile ai rialzi del dollaro ma incapace di trarre vantaggio dalle sue debolezze, un profilo di rischio che lo allontana definitivamente dallo status di bene rifugio.

Il Verdetto degli Istituzionali e le Prospettive Future

Il cambiamento di sentiment è forse più evidente tra gli investitori istituzionali. L’entusiasmo iniziale si è trasformato in delusione e scetticismo. La volatilità estrema e la sensibilità ai fattori macroeconomici e politici hanno reso le criptovalute un asset difficile da integrare in portafogli diversificati che mirano alla stabilità.

La sintesi più drastica arriva da Richard Hodges, fondatore del Ferro BTC Volatility Fund, il quale, citato da Bloomberg, ha affermato che non si vedranno nuovi massimi per almeno altri 1.000 giorni. Per Hodges, “il Bitcoin è come una notizia di tre anni fa, non di oggi”. Questa affermazione lapidaria fotografa un mercato che, dopo aver vissuto una fase di euforia speculativa, si trova ora a fare i conti con la propria reale utilità e il proprio posizionamento nel sistema finanziario globale. La rivoluzione promessa sembra, per ora, rimandata, lasciando spazio a un’analisi più matura e critica delle reali potenzialità della tecnologia blockchain, al di là delle fluttuazioni di prezzo.

Di davinci

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