Come una nota stonata in una sinfonia che anela alla libertà, la notizia dell’arresto di Mehdi Mahmoudian a Teheran riecheggia ben oltre i confini dell’Iran, scuotendo il mondo della cultura e dei diritti umani. Avvenuto sabato 31 gennaio 2026, il fermo dello sceneggiatore, attivista e giornalista giunge a poche settimane dalla notte più attesa del cinema mondiale, quella degli Academy Awards, dove il suo lavoro per il film “Un semplice incidente” è candidato a due prestigiose statuette: Miglior sceneggiatura originale e Miglior film internazionale. Un’opera, quella diretta dal maestro Jafar Panahi, già insignita della Palma d’Oro al Festival di Cannes, nata clandestinamente tra le maglie della censura e ora simbolo potente di una creatività che non si arrende al potere.
L’arresto di Mahmoudian non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo, drammatico capitolo di una repressione sistematica del dissenso. Insieme a lui sono stati prelevati dalle forze di sicurezza anche altri due firmatari di una coraggiosa dichiarazione pubblica, la giornalista Vida Rabbani e l’attivista Abdollah Momeni. Al momento, come spesso accade in queste circostanze, non vi è alcuna informazione ufficiale né sull’autorità che ha eseguito gli arresti né sulle specifiche accuse mosse contro di loro, lasciando famiglie e comunità internazionale in un limbo di angoscia e incertezza.
Una firma contro il silenzio: la dichiarazione che sfida il regime
Il gesto che ha innescato la reazione del regime è stata la sottoscrizione, il 28 gennaio, di un documento firmato da 17 eminenti personalità iraniane, un mosaico di artisti, intellettuali e attivisti uniti da un’unica, ferma condanna. Nel mirino della loro critica, la Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Ali Khamenei, ritenuto direttamente responsabile della violenta repressione che ha soffocato le recenti ondate di protesta nel Paese. “L’uccisione di massa e sistematica di cittadini che coraggiosamente sono scesi in piazza per porre fine a un regime illegittimo costituisce un crimine di Stato organizzato contro l’umanità”, recita un passaggio della dichiarazione. Un’accusa pesantissima, un atto di accusa che definisce le azioni del governo come un “tradimento della patria”.
L’elenco dei firmatari è una vera e propria galleria delle figure più coraggiose e perseguitate dell’Iran contemporaneo. Accanto a Mahmoudian, compaiono i nomi di registi di fama mondiale come lo stesso Jafar Panahi, che ha conosciuto più volte il carcere e le cui opere sono un manifesto di resistenza, e Mohammad Rasoulof, anch’egli costretto all’esilio dopo arresti e condanne, e recentemente candidato all’Oscar per il suo film “Il seme del fico sacro”. Figurano inoltre il Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, instancabile attivista per i diritti delle donne tuttora detenuta, e Nasrin Sotoudeh, avvocatessa e vincitrice del Premio Sacharov per la libertà di pensiero, simbolo globale della lotta per i diritti umani.
Il racconto di Panahi: “Un raro esempio di moralità”
A dare voce all’angoscia per la sorte dell’amico e collaboratore è stato proprio Jafar Panahi, con una testimonianza che svela il profondo legame umano e artistico nato tra le mura di una prigione. Panahi e Mahmoudian, infatti, hanno condiviso sette mesi di detenzione, un’esperienza che ha cementato la loro amicizia e ispirato la scrittura di “Un semplice incidente”.
“Quarantotto ore prima del suo arresto, abbiamo parlato al telefono e poi ci siamo scambiati alcuni messaggi”, ha raccontato il regista. “Gli ho inviato il mio ultimo messaggio alle quattro del mattino. A mezzogiorno del giorno dopo, non ho ricevuto risposta. Mi sono preoccupato e ho contattato amici comuni; nessuno di loro aveva sue notizie. Poche ore dopo, la BBC Persiana ha annunciato ufficialmente che Mehdi Mahmoudian, insieme ad Abdollah Momeni e Vida Rabbani, erano stati arrestati”.
Le parole di Panahi dipingono un ritratto toccante di Mahmoudian, che trascende la figura dell’attivista per abbracciare quella di un testimone essenziale del nostro tempo: “Mehdi Mahmoudian non è solo un attivista per i diritti umani e un prigioniero di coscienza; è un testimone, un ascoltatore e un raro esempio di moralità. Una presenza la cui assenza si avverte immediatamente, sia dentro che fuori le mura di un carcere”.
L’arte come resistenza in un Paese in fermento
L’arresto di Mehdi Mahmoudian si inserisce in un contesto di proteste e repressioni che da mesi infiammano l’Iran, scatenate da una grave crisi economica e da una profonda richiesta di libertà civili e politiche. La risposta del governo è stata brutale, con migliaia di arresti, processi sommari e un numero di vittime difficile da quantificare a causa dei blackout informativi imposti dal regime.
In questo scenario, il cinema di registi come Panahi e Rasoulof assume un valore che va oltre l’estetica. I loro film, realizzati in condizioni di estrema difficoltà, diventano documenti storici, atti di resistenza, ponti gettati verso il mondo per raccontare una realtà che il potere vorrebbe occultare. Opere come “Un semplice incidente” o “Il seme del fico sacro” non sono semplice intrattenimento; sono narrazioni necessarie che esplorano le dinamiche del potere, la paranoia del controllo e la disintegrazione dei legami umani sotto il peso di un regime autoritario.
Mentre il mondo del cinema si prepara a celebrare i suoi talenti a Hollywood, l’assenza di Mehdi Mahmoudian peserà come un monito. Il suo arresto ci ricorda che dietro ogni opera d’arte c’è una storia umana, e che in molte parti del mondo, il semplice atto di creare, di scrivere, di esprimere un’opinione, richiede un coraggio che può costare la libertà. La comunità internazionale osserva, nella speranza che i riflettori degli Oscar possano illuminare non solo il talento, ma anche le celle in cui le voci del dissenso vengono ingiustamente messe a tacere.
