NISCEMI (CALTANISSETTA) – Un silenzio spettrale, rotto solo dal suono delle sirene e dai boati sordi della collina che continua a muoversi. Niscemi è una città ferita, sospesa sull’orlo di un precipizio che ha già inghiottito case, strade e ricordi. La frana, con un fronte che si estende per circa 4 chilometri, non accenna a fermarsi, costringendo all’evacuazione oltre 1.500 persone e disegnando un paesaggio di desolazione dove fino a pochi giorni fa pulsava la vita quotidiana. L’intera collina, come confermato dal capo della Protezione Civile, sta lentamente scivolando verso la piana di Gela, rendendo concreto lo scenario di una delocalizzazione definitiva per molti residenti.

Le “zone rosse”, transennate e sorvegliate giorno e notte dalle forze dell’ordine per prevenire atti di sciacallaggio, si allargano con il passare delle ore. Recentemente, una palazzina di tre piani, già in bilico da giorni nel quartiere Sante Croci, è crollata nel vuoto, simbolo tangibile di una catastrofe inarrestabile. Per molte delle abitazioni che si affacciano sul ciglio dello smottamento, anche se strutturalmente integre, non ci sarà possibilità di ritorno. Il rischio è troppo alto, come ribadiscono i tecnici che monitorano costantemente il movimento del terreno.

Il mesto pellegrinaggio per recuperare una vita

In questo scenario di devastazione, si svolge il dramma umano degli sfollati. Sono 1.309 i cittadini registrati ufficialmente presso la protezione civile, la maggior parte dei quali ha trovato una sistemazione temporanea da parenti e amici. Per loro, ogni giorno è un mesto pellegrinaggio verso ciò che resta delle proprie case. Accompagnati dai Vigili del Fuoco, eroi silenziosi di questa emergenza, cercano di recuperare in pochi, concitati minuti, gli effetti personali, i ricordi, i frammenti di una vita interrotta.

Con una media di 70-80 interventi al giorno, per un totale di circa 300 recuperi finora, i pompieri si addentrano nelle abitazioni a rischio, verificano le condizioni di sicurezza e consegnano ai proprietari ciò che è possibile salvare. “Le persone chiedono di potere prendere le cose più care che hanno, sono momenti intensi anche per noi“, racconta Francesco Turco, funzionario tecnico dei vigili del fuoco di Caltanissetta. Non si tratta solo di indumenti o documenti, ma di tutto ciò che ha un valore affettivo: quadri, fotografie di famiglia, piccoli oggetti. E animali domestici: cani, gatti e persino pappagalli, restituiti ai loro proprietari in lacrime.

Le storie dietro i numeri della tragedia

Dietro i numeri ci sono i volti e le storie. Come quella di Pino Terzo di Dio, scoppiato in un pianto dirotto quando i pompieri gli hanno riconsegnato i suoi quattro adorati pappagalli, di cui uno con 19 anni di vita. “Non li vedevo da quattro giorni, per me sono come dei figli. Ora devo capire a chi affidarli perché non ho più una casa“, ha raccontato, stringendo la gabbia avvolta in una coperta.

O come quella della signora Rita Palumbo, che ha riempito quattro grandi sacchi con tutto ciò che le serviva, soprattutto per il marito che deve essere ricoverato. Ma l’oggetto più prezioso era una statuetta della Madonna, che ha stretto subito al petto tra le lacrime, baciandola e ringraziando soccorritori e giornalisti. Sono istantanee di un’umanità profonda, che emerge con forza nel cuore della tragedia: una giovane donna che recupera l’album di nozze, una ragazza che stringe un grande peluche, un ragazzo che si allontana con un sacco in spalla, guardando con nostalgia quelle strade ora deserte. “Qui mi incontravo con gli amici, adesso è una zona fantasma“, mormora.

La risposta delle istituzioni e le prospettive future

Mentre la comunità si stringe nel dolore, le istituzioni lavorano per gestire l’emergenza e pianificare il futuro. La fornitura di metano, interrotta a causa della rottura delle tubazioni, è stata ripristinata in parte della città, consentendo di pianificare la riapertura di alcune scuole. Venti classi di tre plessi inagibili verranno accorpate in altri istituti. La Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per disastro colposo, acquisendo una vasta mole di documenti per accertare eventuali responsabilità e verificare se la catastrofe poteva essere evitata. L’area, infatti, era già nota per l’elevato rischio idrogeologico, con un precedente franoso significativo nel 1997.

Sul tavolo c’è l’ipotesi di una “new town”. Il sindaco di Gela ha offerto un’area per costruire nuove abitazioni per chi non potrà più tornare nella propria casa. È una prospettiva dolorosa ma necessaria, di fronte a un fenomeno che, secondo gli esperti, ha movimentato una massa di terra superiore a quella della tragedia del Vajont. Il governo ha promesso interventi rapidi e risorse, mentre una commissione di studio è stata istituita per analizzare il fenomeno e proporre soluzioni di mitigazione del rischio. Ma per la gente di Niscemi, il futuro oggi ha i contorni incerti della collina che frana e il peso dei ricordi chiusi in un sacco nero.

Di veritas

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