ROMA – “Quello che vogliamo, col processo e col documentario, è che venga ristabilito l’ordine delle cose. E questo dovrebbe far sì che non avvengano cose come quelle avvenute oggi: il ministro dell’Interno italiano si incontra con quello egiziano e si fanno grandi complimenti per la collaborazione per fermare l’immigrazione che viene dall’Egitto, che non è un paese sicuro, da cui scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime, che ha torturato e ucciso Giulio e che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone”. Sono parole dure e dirette quelle pronunciate dall’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni, durante la presentazione del documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” al cinema Nuovo Sacher di Roma. Un intervento che riaccende i riflettori su una ferita mai rimarginata, a dieci anni esatti dal rapimento e dall’omicidio del giovane ricercatore italiano al Cairo.
Il documentario e la ricerca della verità giudiziaria
Il film, diretto da Simone Manetti, è il primo a ricostruire la verità giudiziaria emersa finora sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Attraverso le testimonianze dirette dei genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e della stessa avvocata Ballerini, il documentario ripercorre la lunga e dolorosa battaglia legale che, a distanza di otto anni dai fatti, ha portato all’apertura di un processo in Italia contro quattro agenti della National Security egiziana. Il titolo, “Tutto il male del mondo”, evoca la straziante frase pronunciata dalla madre Paola dopo aver riconosciuto il corpo martoriato del figlio. Un’immagine potente che sintetizza l’orrore di una violenza inaudita e la determinazione di una famiglia che non si è mai arresa di fronte ai depistaggi e ai silenzi delle istituzioni egiziane.
Un processo complesso e ostacolato
Il processo a carico dei quattro 007 egiziani – il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e il maggiore Magdi Sharif – accusati di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime e omicidio, è ripreso a febbraio 2026 dopo uno stop. La Corte Costituzionale ha infatti accolto un ricorso sollevato dalla Corte d’Assise di Roma, sbloccando una questione tecnica legata alla nomina dei consulenti dei difensori d’ufficio degli imputati, tuttora irreperibili. Un percorso giudiziario accidentato, caratterizzato dalla sistematica mancanza di collaborazione da parte delle autorità del Cairo, che non hanno mai fornito gli indirizzi di residenza degli indagati, impedendo di fatto la loro notifica e partecipazione al processo. Nonostante ciò, la giustizia italiana prosegue, con la requisitoria del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco attesa per aprile.
La contraddizione dei rapporti Italia-Egitto
Le parole dell’avvocata Ballerini mettono a nudo la stridente contraddizione tra la ricerca di giustizia per Giulio e la normalizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali tra Italia ed Egitto. Proprio nei giorni della commemorazione e della presentazione del documentario, il ministro dell’Interno italiano ha incontrato il suo omologo egiziano, elogiando la collaborazione in materia di immigrazione. Questo avviene nonostante l’Egitto sia stato inserito dal governo italiano nella lista dei “paesi sicuri”, una decisione fortemente criticata da più parti, inclusa la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che ha ricordato come l’Egitto sia un paese da cui si fugge per la repressione e la violazione sistematica dei diritti umani. La “ragion di Stato” e gli interessi economici sembrano prevalere sulla tutela dei diritti fondamentali, come denunciato da diverse organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, che descrivono un clima di repressione indiscriminata e tolleranza zero verso ogni forma di dissenso sotto il regime di al-Sisi.
“Ristabilire l’ordine delle cose”
Per l’avvocata Ballerini, “ristabilire l’ordine delle cose” significa riaffermare principi universali: “il fatto che i diritti umani fondamentali sono inviolabili, che esiste un divieto di tortura universale, che esiste l’intangibilità dei corpi e della dignità delle persone”. La battaglia per Giulio Regeni diventa così una battaglia per tutti, un monito a non restare indifferenti di fronte alle ingiustizie e a pretendere che la dignità umana sia sempre posta al di sopra di qualsiasi interesse politico o economico. Una lotta che, come sottolinea il documentario, interroga la coscienza democratica di un’intera nazione e la sua responsabilità collettiva.
