ROMA – Il mercato del lavoro italiano chiude l’anno con un dato apparentemente da record, che ha subito suscitato il plauso del governo. Secondo le stime provvisorie diffuse dall’Istat, a dicembre il tasso di disoccupazione è sceso al 5,6%, registrando un calo di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre e toccando il livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2004. Un numero che, a prima vista, segnala uno stato di salute positivo dell’economia nazionale e che ha portato la premier Giorgia Meloni a commentare sui social: “È la direzione giusta: più lavoro, più stabilità, più opportunità. Continueremo su questa strada”.
Tuttavia, un’analisi più approfondita dei dati forniti dall’Istituto Nazionale di Statistica rivela un quadro più complesso e sfaccettato, caratterizzato da segnali contrastanti che impongono una lettura cauta e meno trionfalistica.
L’analisi dei dati Istat: luci e ombre di dicembre
Se il tasso di disoccupazione generale sorride, lo stesso non si può dire per altri indicatori cruciali. Su base mensile, infatti, si registra un lieve calo degli occupati dello 0,1%, pari a circa 20.000 unità in meno rispetto a novembre, portando il totale a 24 milioni e 142mila. Questa flessione ha interessato in particolare gli uomini, i lavoratori con contratto a termine e le fasce d’età centrali (25-49 anni). Al contrario, si osserva una crescita tra le donne, i lavoratori autonomi e i più giovani (15-24 anni), mentre i dipendenti a tempo indeterminato rimangono sostanzialmente stabili. Di conseguenza, anche il tasso di occupazione generale è leggermente diminuito, attestandosi al 62,5% (-0,1 punti).
Il dato forse più allarmante, però, è l’aumento del tasso di inattività, salito al 33,7% (+0,1 punti su novembre). In termini assoluti, si tratta di 31.000 persone in più che nel mese di dicembre non solo non avevano un lavoro, ma hanno anche smesso di cercarlo attivamente. Questo fenomeno, che su base annua conta 163.000 inattivi in più, suggerisce la presenza di una fascia crescente di popolazione scoraggiata che rischia di scivolare ai margini del mercato del lavoro.
Il confronto annuale e la qualità del lavoro
Spostando lo sguardo sul confronto con dicembre 2024, il bilancio torna in positivo. Il numero di occupati è cresciuto dello 0,3%, con un saldo di +62.000 posti di lavoro. È interessante notare la composizione di questa crescita:
- Dipendenti permanenti: +161.000
- Autonomi: +147.000
- Dipendenti a termine: -245.000
Questi numeri indicano una tendenza verso una maggiore stabilizzazione dei rapporti di lavoro, con un calo significativo dei contratti a tempo determinato a favore di quelli a tempo indeterminato e del lavoro autonomo. Un segnale positivo per la stabilità economica di molte famiglie, anche se il calo dei contratti a termine va monitorato per comprendere se si traduca in una reale stabilizzazione o in una fuoriuscita dal mercato.
La nota dolente: la disoccupazione giovanile
La vera emergenza, confermata anche dai dati di dicembre, resta quella dei giovani. Mentre il tasso di disoccupazione generale scende, quello giovanile (nella fascia 15-24 anni) compie un balzo preoccupante, salendo al 20,5%, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese precedente. Questo divario evidenzia una difficoltà strutturale del sistema Italia nell’offrire opportunità concrete alle nuove generazioni, un tema che rimane centrale per lo sviluppo futuro del Paese e che i dati aggregati rischiano di mascherare.
Le dinamiche territoriali e di genere
L’analisi dei dati Istat evidenzia anche altre dinamiche significative. La crescita occupazionale su base annua ha premiato soprattutto le donne e le persone con almeno 50 anni, a fronte di una diminuzione tra gli uomini e nelle altre classi d’età. Se da un lato l’aumento dell’occupazione femminile è un dato da accogliere con favore, dall’altro è necessario continuare a lavorare per ridurre il divario di genere ancora esistente, sia in termini di tassi di occupazione che di condizioni retributive. Rimangono inoltre da analizzare nel dettaglio le disparità territoriali, con un mercato del lavoro che storicamente viaggia a velocità diverse tra Nord e Sud Italia.
