TORINO – Il complesso iter del decreto per l’individuazione delle aree idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili segna un passo avanti cruciale, ma non ancora definitivo. A fare il punto sullo stato dell’arte è stato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto a margine degli “Energy Days”, l’importante evento organizzato dal Politecnico di Torino in collaborazione con lo stesso Ministero. “Tutta la parte tecnica è praticamente conclusa“, ha dichiarato il Ministro, confermando che il lavoro di definizione dei criteri e delle modalità operative è giunto a compimento.
Tuttavia, la pubblicazione del provvedimento, atteso da tempo dagli operatori del settore e fondamentale per accelerare la transizione energetica del Paese, non è imminente. La ragione risiede nella necessità di un “concerto” interministeriale, un passaggio politico e istituzionale volto a garantire la piena condivisione del testo. “Non la facciamo uscire perché automaticamente si creerebbero di nuovi dibattiti“, ha spiegato Pichetto, evidenziando una delle principali criticità che hanno caratterizzato la gestazione di questa normativa: il delicato equilibrio tra lo sviluppo delle rinnovabili e la tutela di altri interessi, come quelli agricoli e paesaggistici. “Tutte le volte che si interviene con qualche regola automaticamente c’è chi la regola gli va bene e che non gli va bene“.
Un “treno con tanti vagoni”: la complessità del decreto
L’immagine usata dal Ministro, quella di un “treno con tanti, tantissimi vagoni“, rende bene l’idea della complessità di un decreto che tocca competenze e sensibilità diverse. La definizione delle aree idonee, infatti, non è solo una questione tecnica, ma impatta profondamente sulla pianificazione territoriale, sull’economia agricola e sulla conservazione del patrimonio culturale. Per questo motivo, il coinvolgimento di altri dicasteri, come quello dell’Agricoltura e della Cultura, è un passaggio imprescindibile per arrivare a una soluzione il più possibile condivisa e stabile nel tempo. “Stiamo vedendo naturalmente tutta una parte anche di intervento che deve vedere la condivisione di tanti ministeri, quindi è un momento di concerto questo. Siamo alla parte finale“, ha aggiunto Pichetto, cercando di rassicurare sulla prossima conclusione del processo.
Il provvedimento, che darà attuazione all’articolo 20 del decreto legislativo 199/2021, è stato oggetto di un lungo e travagliato percorso. Una prima versione del decreto, approvata a giugno 2024, è stata parzialmente annullata da una sentenza del TAR del Lazio nel maggio 2025, che ha contestato la vaghezza di alcuni criteri e l’eccessiva discrezionalità lasciata alle Regioni, in particolare riguardo alle fasce di rispetto attorno ai beni tutelati. Questa battuta d’arresto ha reso necessaria una riscrittura del testo, tenendo conto dei rilievi dei giudici amministrativi e cercando un nuovo punto di equilibrio tra le diverse esigenze.
Cosa prevede il nuovo quadro normativo
Il nuovo decreto sulle aree idonee si inserisce in un contesto normativo in rapida evoluzione, spinto anche dal recepimento della direttiva europea RED III con il Decreto Legislativo 5/2026. L’obiettivo è duplice: da un lato, stabilire principi e criteri omogenei a livello nazionale per l’individuazione delle superfici idonee, superando la frammentazione attuale; dall’altro, definire una ripartizione (burden sharing) tra le Regioni della potenza aggiuntiva da fonti rinnovabili necessaria per raggiungere i target climatici al 2030.
Stando alle bozze circolate e alle anticipazioni, il nuovo testo dovrebbe chiarire in modo netto quali siti possono essere considerati automaticamente idonei, come ad esempio:
- Aree già occupate da impianti della stessa fonte da ripotenziare.
- Cave, miniere dismesse e discariche chiuse.
- Aree del demanio militare, infrastrutture ferroviarie e autostradali.
- Zone a destinazione industriale, artigianale e logistica.
Un capitolo particolarmente delicato riguarda l’installazione di impianti fotovoltaici a terra in aree agricole. Il nuovo decreto dovrebbe confermare il divieto generale, ma con specifiche eccezioni, ad esempio per progetti legati a comunità energetiche o finanziati dal PNRR, e per le cosiddette aree “agrivoltaiche”, che combinano produzione energetica e attività agricola. La sfida è trovare una “formulazione più corretta“, come l’ha definita lo stesso Pichetto, che rispetti le norme a tutela dei terreni agricoli senza bloccare lo sviluppo delle rinnovabili.
Le prossime tappe e le aspettative del settore
Una volta ottenuto il via libera definitivo in Consiglio dei Ministri, la palla passerà alle Regioni. Queste avranno il compito di recepire i principi nazionali con proprie leggi, individuando nel dettaglio le aree idonee e non idonee sul proprio territorio entro un termine stabilito, che dovrebbe essere di 180 giorni. È un passaggio cruciale che determinerà la reale efficacia del decreto e la velocità con cui si potranno autorizzare nuovi impianti.
Gli operatori del settore delle energie rinnovabili attendono con ansia la pubblicazione del decreto, visto come lo strumento chiave per sbloccare investimenti e semplificare iter autorizzativi spesso lunghi e complessi. La chiarezza del quadro normativo è considerata una condizione essenziale per fornire certezze agli investitori e per accelerare il passo verso gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione che l’Italia si è data in sede europea. L’auspicio è che la fase di concerto interministeriale si concluda rapidamente e che il “treno” normativo possa finalmente arrivare a destinazione.
