Un incontro al Viminale che riapre ferite mai rimarginate e solleva un polverone di polemiche. A dieci anni esatti dalla scomparsa, tortura e uccisione di Giulio Regeni, il Ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, ha ricevuto il suo omologo egiziano, Mahmoud Tawfik, in un vertice che, secondo le intenzioni dichiarate, mirava a rafforzare la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza. Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate al termine del colloquio hanno innescato una dura reazione da parte del mondo politico, delle associazioni per i diritti umani e dei legali della famiglia Regeni, gettando un’ombra pesante sui rapporti tra i due Paesi.
Gli elogi della discordia
Il cuore della controversia risiede nelle parole, riportate da una nota ufficiale del Ministero dell’Interno egiziano, con cui Piantedosi avrebbe “elogiato i notevoli sforzi dei servizi di sicurezza egiziani e i loro ripetuti successi nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata in tutte le sue forme, in particolare nella lotta all’immigrazione clandestina”. La nota del Viminale, più misurata nei toni, ha sottolineato come il dialogo tra i due Paesi abbia “un valore strategico perché si inserisce in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”, evidenziando la “soddisfazione per l’ottima cooperazione tra le Forze di Polizia”. Durante l’incontro non vi è stata alcuna menzione pubblica del caso Regeni, un silenzio che ha pesato come un macigno nel decennale della sua morte.
L’incontro si è concentrato su temi quali la gestione dei flussi migratori, il contrasto al narcotraffico e al cybercrime. Piantedosi ha ribadito l’importanza di un’azione comune contro i trafficanti di esseri umani, basata sullo scambio di informazioni e sull’intensificazione dell’attività investigativa. Un approccio che, sebbene pragmatico, è stato percepito da molti come un atto di normalizzazione dei rapporti con un regime accusato di sistematiche violazioni dei diritti umani e di aver ostacolato in ogni modo la ricerca della verità sulla morte del ricercatore friulano.
Le reazioni indignate: “Una vergogna per il Paese”
Le reazioni non si sono fatte attendere, trasformando un incontro diplomatico in un caso politico. Durissimo il commento di Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, che ha definito inaccettabile l’elogio a un “ministro del regime che ha torturato e ucciso Giulio”. “Quello che vogliamo, col processo e col documentario, è che venga ristabilito l’ordine delle cose”, ha dichiarato, riferendosi al rispetto inviolabile dei diritti umani fondamentali. Per Ballerini, l’Egitto non è un “paese sicuro”, ma un luogo da cui le persone fuggono a causa di un regime che “ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone”.
Sulla stessa linea si è espresso il deputato del Partito Democratico Gianni Cuperlo, che si è detto vergognato per l'”immoralità” del ministro. “Domenica a Fiumicello ho visto il docufilm su Giulio. La descrizione delle torture che ha subito. I depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane proseguite negli anni. E il ministro degli Interni italiano parla di ‘collaborazione molto proficua’”, ha commentato Cuperlo, sottolineando la stridente contraddizione tra la realtà dei fatti e le dichiarazioni del Viminale.
Anche l’ONG Mediterranea Saving Humans ha usato parole di fuoco, definendo le dichiarazioni di Piantedosi “una vergogna per il Paese”. “Stabilità e sicurezza del Mediterraneo garantiti diventando complici di assassini e torturatori, che hanno nelle loro galere migliaia di innocenti”, ha affermato l’organizzazione, ricordando anche il caso di Patrick Zaki. Per Mediterranea, le parole del ministro sono “inqualificabili ed immorali” e non passeranno inosservate dalla Storia.
Il contesto: tra realpolitik e diritti umani
L’incontro tra Piantedosi e Tawfik e le polemiche che ne sono scaturite si inseriscono in un contesto complesso, dove le esigenze della realpolitik e degli interessi strategici, in particolare sulla gestione dei flussi migratori e sulla stabilità del Mediterraneo, si scontrano con la richiesta di giustizia per Giulio Regeni e la denuncia delle costanti violazioni dei diritti umani in Egitto. Il governo italiano considera da tempo l’Egitto un partner indispensabile, un “Paese sicuro” nonostante i rapporti di organizzazioni come Freedom House lo classifichino come “non libero”.
Questa normalizzazione dei rapporti, segnata da incontri e accordi commerciali, stride con la realtà processuale italiana. Il processo contro quattro 007 egiziani, accusati del sequestro e dell’omicidio di Regeni, è di fatto bloccato a causa della sistematica mancanza di collaborazione da parte delle autorità del Cairo, che hanno sempre negato ogni coinvolgimento e messo in atto clamorosi depistaggi. L’elogio della “proficua collaborazione” da parte di Piantedosi appare quindi, agli occhi dei critici, non solo come un’offesa alla memoria di Giulio, ma anche come una negazione della realtà fattuale e giudiziaria.
