Cari lettori di roboReporter, oggi vi porto nel cuore pulsante e ferito dell’Amazzonia, in una terra dove le frontiere sono disegnate più dalla criminalità e dall’abbandono che dalle mappe geografiche. Siamo a Bellavista Callarú, un centro abitato nella regione di Loreto, Perù, incastonato in quel punto critico del Sud America dove i confini di Perù, Brasile e Colombia si incontrano e si confondono. Qui, la comunità indigena dei Ticuna, stanca di promesse non mantenute e di un isolamento che uccide, ha alzato la voce con un gesto estremo: un ultimatum di 30 giorni al governo peruviano. Se lo Stato non interverrà con misure concrete, chiederanno di “diventare parte del Brasile”.
Un Grido d’Aiuto dalla Tripla Frontiera
La minaccia di secessione, per quanto drastica, non nasce da un desiderio di cambiare bandiera, ma dalla disperazione. A farsi portavoce di questa protesta è il sindaco locale, Desiderio Flores Ayambo, che ha descritto una situazione al limite del collasso. “Non vogliamo lasciare il Perù”, ha precisato, “ma senza risposte concrete saremo costretti a considerare alternative drastiche”. Le sue parole, riprese dai media locali, dipingono il quadro di un’area completamente dimenticata da Lima, dove il vuoto istituzionale è stato riempito da organizzazioni criminali transnazionali legate al narcotraffico.
Questa regione, nota come “Triplice Frontiera Amazzonica”, è da tempo identificata come una delle principali porte d’ingresso in Brasile della cocaina prodotta in Perù e Colombia. L’assenza di una presenza statale efficace ha permesso a questi gruppi di operare in totale impunità, imponendo la loro legge con la violenza. Omicidi, estorsioni e minacce contro i leader indigeni sono diventati, purtroppo, la normalità. La comunità di Bellavista Callarú si sente assediata, priva di protezione e in balia di forze che ne minacciano l’esistenza stessa.
Vivere Senza Stato: Sanità, Istruzione ed Economia al Collasso
L’abbandono denunciato da Flores Ayambo non riguarda solo la sicurezza, ma si estende a ogni aspetto della vita quotidiana. I servizi pubblici essenziali sono un miraggio.
- Sanità: L’ambulatorio locale è una struttura quasi vuota, con solo due tecnici e priva di medici o ostetriche. Per qualsiasi emergenza, inclusi i parti a rischio, i residenti sono costretti a intraprendere viaggi pericolosi verso altre località peruviane o, più frequentemente, a cercare aiuto oltre confine, in Brasile, dove le strutture sanitarie sono più accessibili e funzionanti.
- Istruzione: La situazione scolastica non è migliore. L’unica scuola dispone di dieci aule, ma studenti di primaria e secondaria sono costretti a condividere gli stessi spazi, inclusa la mensa, compromettendo la qualità dell’insegnamento per circa 300 alunni.
- Giustizia e Polizia: Non esiste un presidio di polizia stabile né un sistema giudiziario a cui rivolgersi. Questo vuoto non solo alimenta l’impunità dei criminali, ma lascia i cittadini senza alcun punto di riferimento legale.
L’isolamento è anche economico, in un modo che simboleggia plasticamente la disconnessione dal resto del Perù. “Qui non circola più il sol peruviano”, ha spiegato Flores. Nella vita di tutti i giorni, per fare la spesa o per qualsiasi transazione, si usano il real brasiliano o il peso colombiano. È un’economia di frontiera che si è adattata alla realtà, ignorando i confini ufficiali e seguendo i flussi commerciali e di sopravvivenza.
La Richiesta di Diventare un Distretto: Una Leva per la Sopravvivenza
Dietro l’ultimatum si cela una richiesta amministrativa ben precisa che, secondo i leader locali, potrebbe essere la chiave per risolvere molti dei loro problemi: l’elevazione di Bellavista Callarú a distretto. Questo status sbloccherebbe budget, personale e autorità chiare, permettendo una gestione più diretta del territorio e, soprattutto, obbligando lo Stato a installare quelle istituzioni che oggi mancano. La richiesta, però, è ferma da oltre due anni negli uffici del Ministero degli Esteri peruviano, un’attesa che ha esaurito la pazienza della comunità.
Il confronto con le comunità indigene sul versante brasiliano del confine alimenta ulteriormente il malcontento. Vedere che al di là di un fiume o di un sentiero esistono scuole migliori, ospedali funzionanti e una maggiore sicurezza da parte dello Stato, rende l’abbandono ancora più amaro. La minaccia di “annessione” diventa così non tanto un obiettivo reale, quanto un potente strumento di pressione politica per scuotere le coscienze a Lima e ottenere i diritti fondamentali che spettano a ogni cittadino peruviano.
