Minneapolis è diventata l’epicentro di un acceso dibattito nazionale sull’immigrazione e sulle tattiche delle forze federali. In una mossa che segnala un cambio di strategia, l’amministrazione del Presidente Donald Trump ha inviato Tom Homan, noto come lo “zar dei confini”, per gestire la complessa situazione nella città del Minnesota. Questo avviene subito dopo la rimozione di Greg Bovino, il comandante at large della Border Patrol, il cui approccio duro aveva sollevato notevoli polemiche. Homan, in una conferenza stampa molto attesa, ha promesso di “ristabilire la legge e l’ordine”, un messaggio chiaro che mira a rassicurare una parte dell’opinione pubblica ma che al contempo alimenta le preoccupazioni di attivisti e comunità locali.
Un cambio al vertice in un momento critico
La decisione di sostituire Greg Bovino con Tom Homan non è casuale. Bovino era diventato il volto delle aggressive operazioni federali sull’immigrazione in diverse città a guida democratica, inclusa Minneapolis. La sua rimozione, descritta da fonti interne all’amministrazione come un accordo reciproco a seguito di minacce ricevute, segna un punto di svolta. L’arrivo di Homan è stato orchestrato per calmare le acque dopo un periodo di forte tensione, culminato in proteste diffuse a seguito dell’uccisione di due civili, Alex Pretti e Renée Good, da parte di agenti federali. Questi eventi hanno scatenato un’ondata di indignazione a livello nazionale, mettendo l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto i riflettori.
L’operazione federale, denominata “Operation Metro Surge”, ha visto il dispiegamento di circa 3.000 agenti federali nelle Twin Cities (Minneapolis e Saint Paul) a partire da dicembre 2025, con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’immigrazione irregolare. Questa massiccia presenza federale in una città storicamente progressista e simbolo del movimento Black Lives Matter dopo la morte di George Floyd, ha acuito lo scontro tra potere federale e autonomie locali.
La strategia di Homan: tra fermezza e dialogo
Nel suo primo intervento pubblico, Tom Homan ha delineato una strategia che tenta di bilanciare fermezza e un’apparente apertura a nuove modalità operative. Da un lato, ha ribadito la linea dura dell’amministrazione, affermando che “la sicurezza della comunità è fondamentale” e definendo i milioni di immigrati entrati illegalmente sotto la precedente amministrazione Biden come una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Ha promesso “tolleranza zero” contro chiunque aggredisca o ostacoli gli agenti federali, invitando chi dissente a protestare pacificamente e a rivolgersi al Congresso per cambiare le leggi.
Dall’altro lato, Homan ha sorpreso molti riconoscendo la necessità di “miglioramenti” nelle operazioni dell’ICE. “Non sono qui perché il governo federale ha condotto questa missione in modo perfetto”, ha ammesso, assicurando che si occuperà degli agenti che non rispettano gli standard di condotta e che lavorerà per rendere le operazioni “più intelligenti e sicure”. Una delle proposte chiave è quella di incrementare la cooperazione con le autorità locali. Secondo Homan, una maggiore collaborazione permetterebbe di ridurre la presenza massiccia di agenti federali per le strade, concentrandosi su “operazioni mirate” contro individui con precedenti penali o storie di immigrazione illegale, piuttosto che su retate indiscriminate.
Il contesto politico e le reazioni
La nomina di Homan e il cambio di rotta a Minneapolis si inseriscono in un contesto politico nazionale complesso. Secondo recenti sondaggi, il tasso di approvazione delle politiche sull’immigrazione del presidente Trump ha raggiunto il minimo storico, con una maggioranza di americani che ritiene le tattiche dell’ICE “troppo aggressive”. La crisi in Minnesota ha avuto ripercussioni politiche significative, costringendo l’amministrazione a ricalibrare la propria narrazione, se non le proprie politiche di fondo.
Le reazioni alla nomina di Homan sono state contrastanti. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, si è mostrato scettico riguardo alla promessa di una riduzione degli agenti federali, dichiarando che “ci crederà quando lo vedrà”. Le associazioni per i diritti civili e le comunità di immigrati restano in allerta, temendo che dietro un cambio di retorica si nasconda la continuazione delle stesse politiche repressive. Minneapolis, con la sua vasta comunità somala e una forte tradizione di attivismo, rimane un banco di prova cruciale per le politiche migratorie e per la ridefinizione dei rapporti tra governo federale e autonomie locali negli Stati Uniti.
Mentre Homan si impegna a “risolvere la situazione”, come richiesto dal Presidente Trump, la città e l’intera nazione osservano attentamente, sospese tra la speranza di una de-escalation e il timore di una nuova stretta securitaria.
