Un nuovo fronte di tensione si apre all’interno della maggioranza di governo, questa volta sul terreno del commercio elettronico e della fiscalità internazionale. Al centro del contendere c’è la cosiddetta “tassa sui pacchi”, un contributo di due euro introdotto con l’ultima Legge di Bilancio su tutte le spedizioni di valore inferiore ai 150 euro provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione Europea. Una misura pensata per arginare il fenomeno dell’ultra fast fashion e la concorrenza di giganti come Shein e Temu, ma che ora rischia di essere posticipata.

La Proposta di Rinvio di Forza Italia e la Posizione di Urso

A innescare il dibattito è stato un emendamento al decreto Milleproroghe presentato da Forza Italia, che propone di far slittare l’entrata in vigore effettiva della tassa al 1° luglio 2026. L’obiettivo sarebbe quello di allineare la normativa italiana a una misura analoga che verrà introdotta a livello europeo, creando così un quadro normativo più omogeneo.

Tuttavia, la proposta ha incontrato la ferma opposizione del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A margine di una seduta d’Aula, il ministro ha espresso chiaramente la sua posizione: “Essendo coloro che hanno proposto una iniziativa che va a tutela dei consumatori e delle imprese, mi sembra che sarebbe controproducente fare marcia indietro”. Pur precisando che il parere definitivo spetta all’intero esecutivo, Urso ha sottolineato il suo ruolo di garante per la tutela delle imprese e dei consumatori, lasciando intendere un orientamento contrario al rinvio.

Le Ragioni della Tassa: Tutela del Mercato e Copertura dei Costi

L’introduzione del contributo di due euro nasce da una duplice esigenza. Da un lato, l’obiettivo dichiarato è quello di riequilibrare il mercato, contrastando la concorrenza di piattaforme e-commerce che, grazie a prezzi estremamente bassi e a un regime fiscale vantaggioso, mettono in difficoltà la filiera produttiva nazionale ed europea. Dall’altro, la tassa mira a coprire i costi amministrativi e di controllo che le dogane devono sostenere per gestire l’enorme volume di micro-importazioni, stimate in oltre 200 milioni di spedizioni nel 2025.

Il meccanismo prevede che il pagamento sia a carico di chi presenta la dichiarazione doganale, solitamente il venditore, il quale però ha la facoltà di rivalersi sul consumatore finale. La norma si applica a un’ampia gamma di spedizioni, includendo non solo gli acquisti B2C, ma anche le spedizioni tra privati e quelle destinate a operatori commerciali.

Criticità e Tentativi di Aggiramento: Un Pasticcio all’Italiana?

Nonostante le buone intenzioni, l’applicazione della tassa si è rivelata fin da subito problematica. Ufficialmente in vigore dal 1° gennaio, l’Agenzia delle Dogane ha specificato che la piena operatività non sarebbe stata raggiunta prima del 1° marzo per necessari adeguamenti tecnici. Questo lasso di tempo, unito alla mancanza di un coordinamento europeo, ha aperto la porta a strategie di aggiramento da parte dei grandi operatori internazionali.

Come evidenziato da diverse associazioni di categoria e di consumatori, tra cui Confetra e Codacons, molte aziende hanno iniziato a dirottare i loro pacchi verso altri hub logistici europei (come Liegi, Francoforte o Budapest) dove la tassa non è in vigore. Da lì, la merce viene sdoganata e successivamente trasportata in Italia via terra, eludendo di fatto il contributo. Questo stratagemma ha già prodotto effetti tangibili:

  • Crollo delle importazioni dirette: L’Agenzia delle Dogane ha registrato un calo del 36-40% dei pacchi a basso valore in arrivo da Paesi extra-UE nei primi giorni di gennaio.
  • Danno per la logistica italiana: L’aeroporto di Malpensa, uno dei principali scali cargo, ha perso oltre 30 voli merci dall’inizio dell’anno.
  • Aumento dell’inquinamento: La deviazione delle rotte e il conseguente aumento del trasporto su gomma contraddicono gli obiettivi di sostenibilità ambientale.
  • Mancato gettito: Si stima una perdita di entrate per lo Stato di circa 122 milioni di euro.

Queste criticità hanno spinto il Codacons a definire la misura “il più classico dei pasticci all’italiana”, chiedendone non il rinvio, ma la cancellazione totale.

Il Contesto Europeo e le Prospettive Future

La questione si inserisce in un dibattito più ampio a livello comunitario. L’Unione Europea sta lavorando a una riforma complessiva della fiscalità doganale per l’e-commerce, che dovrebbe entrare in vigore proprio nel 2026. L’Italia, insieme alla Francia, si è fatta promotrice di un’azione più decisa per regolamentare il settore. Secondo il Ministro Urso, fare un passo indietro ora significherebbe perdere credibilità e influenza nel contesto europeo.

D’altro canto, il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha mostrato un’apertura verso la proposta di rinvio, affermando: “Valuteremo. C’è una decisione europea e vedremo di renderla coerente”. Il governo si trova quindi a un bivio: proseguire sulla strada intrapresa, rischiando di penalizzare la logistica nazionale e di non incassare il gettito previsto, oppure attendere una soluzione europea coordinata, rinunciando però a un’azione immediata di tutela del mercato interno. La discussione sull’emendamento al Milleproroghe sarà il primo banco di prova per capire quale linea prevarrà.

Di atlante

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