Milano è teatro di un tragico evento di cronaca che solleva interrogativi complessi sull’uso della forza e sulla sicurezza urbana. Un agente di polizia ha sparato e ucciso un uomo di 28 anni, Abderrahim Mansouri, di origini marocchine, durante un’operazione antidroga nel quartiere di Rogoredo. La vittima avrebbe puntato contro il poliziotto un’arma, che solo in un secondo momento si è scoperto essere una pistola a salve, una replica di una Beretta 92 priva del tappo rosso. L’agente, un assistente capo di 41 anni con vent’anni di servizio, è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio volontario. Si tratta di un passaggio procedurale necessario per consentire lo svolgimento di tutti gli accertamenti investigativi, inclusi quelli irripetibili come l’autopsia e le perizie balistiche.
La dinamica dei fatti secondo le prime ricostruzioni
L’episodio si è verificato nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio, in via Peppino Impastato, un’area nota per essere una piazza di spaccio. Secondo quanto ricostruito finora, una pattuglia del commissariato Mecenate, composta da agenti in divisa e in borghese, stava effettuando un controllo antidroga. Durante l’operazione, mentre alcuni agenti erano impegnati a fermare un presunto spacciatore, Abderrahim Mansouri, conosciuto con il soprannome di “Zack”, si sarebbe avvicinato al gruppo.
Gli agenti gli avrebbero intimato l’alt qualificandosi come polizia. A quel punto, Mansouri avrebbe estratto l’arma puntandola contro di loro. In un frangente di altissima tensione, aggravato dalla scarsa illuminazione, uno dei poliziotti in borghese ha reagito esplodendo un singolo colpo con la sua pistola d’ordinanza. Il proiettile ha raggiunto il 28enne alla testa da una distanza stimata di circa 30 metri, risultando fatale. I soccorsi, giunti tempestivamente sul posto, non hanno potuto far altro che constatare il decesso.
Le indagini e la posizione dell’agente
Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e seguite direttamente dal procuratore Marcello Viola, sono state affidate alla Squadra Mobile. L’agente che ha sparato è stato interrogato in Questura alla presenza del suo legale, l’avvocato Pietro Porciani. Durante l’interrogatorio, l’uomo, descritto come sotto choc, ha fornito la sua versione dei fatti, sostenendo di aver agito per legittima difesa. “Ho visto la pistola, ho avuto paura e ho sparato“, avrebbe dichiarato al pm, spiegando di non aver potuto discernere, a quella distanza e al buio, che l’arma fosse finta. La sua difesa si basa sulla percezione di una minaccia imminente e potenzialmente letale per sé e per i colleghi.
La Procura di Milano sta ora vagliando ogni elemento per accertare se la reazione del poliziotto sia stata proporzionata alla minaccia. Sono stati disposti numerosi accertamenti tecnici:
- Autopsia: L’esame autoptico sul corpo della vittima, affidato alla nota patologa forense Cristina Cattaneo, sarà cruciale per definire la traiettoria del proiettile e altri dettagli medico-legali.
- Perizia balistica: Saranno effettuate analisi sull’arma dell’agente e sulla pistola a salve per ricostruire con precisione la dinamica dello sparo.
- Ricerca di immagini: Gli investigatori sono alla ricerca di eventuali telecamere di sorveglianza nella zona che possano aver ripreso la scena. È emerso che nessuno degli agenti coinvolti era dotato di bodycam.
- Analisi dei cellulari: Sono stati sequestrati i telefoni cellulari degli agenti presenti per cercare elementi utili alle indagini.
La versione dell’agente indagato è stata sostanzialmente confermata dal collega che si trovava con lui. Tuttavia, l’ipotesi di omicidio volontario rimane, al momento, quella formalmente contestata per permettere agli inquirenti di indagare a 360 gradi.
Chi era la vittima
Abderrahim Mansouri, 28 anni, era un cittadino marocchino irregolare sul territorio italiano. Aveva diversi precedenti penali per spaccio di sostanze stupefacenti, resistenza a pubblico ufficiale, rapina e lesioni. Secondo gli inquirenti, era un volto noto nell’ambiente dello spaccio di Rogoredo, ritenuto un “cavallino” del clan familiare che da anni gestirebbe il traffico di droga nella zona dell’ex “boschetto della droga”. Addosso gli sono state trovate diverse dosi di cocaina, eroina e hashish.
Le reazioni e il dibattito pubblico
La vicenda ha immediatamente acceso il dibattito politico e sociale. Esponenti del centrodestra, tra cui il leader della Lega Matteo Salvini, hanno espresso piena solidarietà al poliziotto, sottolineando i rischi corsi quotidianamente dalle forze dell’ordine. “Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma“, ha dichiarato Salvini. Anche il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, pur senza sbilanciarsi, ha chiesto di non formulare presunzioni di colpevolezza nei confronti dell’agente, assicurando che non ci saranno “scudi immunitari”. Dal centrosinistra sono arrivate reazioni più caute, in attesa che la magistratura faccia piena luce sull’accaduto. Questo caso si inserisce in un contesto più ampio di discussione sulla dotazione e sulle regole di ingaggio delle forze di polizia, nonché sulle difficili condizioni operative in contesti ad alto rischio come le piazze di spaccio delle grandi città.
