La giustizia ha emesso il suo verdetto: ergastolo per Gianluca Molinaro. La prima Corte d’Assise di Roma ha condannato l’uomo per l’omicidio dell’ex compagna e madre di suo figlio, Manuela Petrangeli, uccisa a 51 anni con un colpo di fucile a canne mozze. La sentenza, arrivata dopo quattro ore di camera di consiglio, ha accolto in pieno la richiesta della Procura, ponendo fine a un processo che ha scosso l’opinione pubblica. Presente in aula alla lettura del dispositivo, Molinaro dovrà scontare il massimo della pena per un crimine definito dalla pubblica accusa come la “cronaca di una morte annunciata”.
L’AGGUATO E LA PREMEDITAZIONE
Il tragico epilogo di una persecuzione si è consumato il 4 luglio 2024, in via degli Orseolo, nella zona di via Portuense. Manuela Petrangeli, fisioterapista, aveva appena terminato il suo turno di lavoro presso una clinica poco distante e si stava dirigendo verso la sua auto. L’intenzione era quella di andare a prendere il figlio, con cui sarebbe partita per le vacanze estive il giorno seguente. In quel momento, Molinaro l’ha raggiunta e le ha sparato mortalmente. Un’esecuzione premeditata, secondo gli inquirenti, che hanno contestato all’uomo l’omicidio aggravato dalla premeditazione e dallo stalking, oltre alla detenzione abusiva di armi e alla ricettazione.
La fredda pianificazione del delitto è emersa anche da alcuni messaggi scambiati con un amico poco prima dell’omicidio, in cui Molinaro scriveva: “oggi forse prendo due piccioni con una fava”. Dopo aver compiuto il gesto, si è costituito presso una caserma dei carabinieri, consegnando l’arma del delitto.
UNA STORIA DI MINACCE E OSSESSIONI
Il processo ha fatto luce su una lunga scia di violenze e persecuzioni. Per anni, Manuela Petrangeli è stata vittima di minacce, offese e comportamenti ossessivi da parte dell’ex compagno, che non aveva mai accettato la fine della loro relazione. Durante le udienze, sono stati ripercorsi i numerosi messaggi intimidatori inviati alla donna, un’escalation di violenza verbale che preannunciava la tragedia.
La pubblico ministero, nella sua requisitoria, ha descritto Manuela come “una donna forte, solare, determinata”, barbaramente strappata ai suoi affetti da un uomo “vittima di sé stesso e delle sue ossessioni patologiche”. Secondo l’accusa, Molinaro incarnava il “più brutale arcaico e ancestrale modello del patriarcato”, incapace di accettare la fine di una relazione e considerando la donna una sua proprietà. Lo stesso Molinaro si era definito una “bomba a orologeria”, manifestando la volontà di “eliminare il problema”, che per lui era Manuela.
IL DOLORE DEI FAMILIARI E LE REAZIONI
La sentenza è stata accolta con commozione dai familiari della vittima. “Nessuno ce la restituirà. Era la nostra luce”, ha dichiarato la cognata di Manuela, sottolineando la durezza della situazione, soprattutto per il figlio della coppia, che oggi ha 10 anni. L’avvocato della famiglia Petrangeli ha espresso soddisfazione per una sentenza che “ha dato atto della bontà dell’impianto accusatorio”, ricostruendo in modo dettagliato “il pregresso e gli anni di sofferenza patiti dalla vittima”.
Questo femminicidio, il 46esimo dall’inizio del 2024, riaccende i riflettori su una piaga sociale che non accenna a fermarsi. La storia di Manuela Petrangeli è l’emblema di come la violenza di genere sia spesso il culmine di una spirale di controllo e possesso, un fenomeno culturale radicato che richiede un intervento non solo repressivo, ma soprattutto preventivo ed educativo.
