Berna – Un silenzio lungo settantuno anni sta per essere infranto. Dal 1° giugno 2026, il rombo dei motori da competizione potrà tornare a echeggiare legalmente tra le valli e le colline della Svizzera. La Confederazione Elvetica ha infatti fissato per quella data la revoca ufficiale dello storico divieto di disputare gare motoristiche su circuito, una legge federale introdotta nel 1955 sulla scia emotiva di una delle più grandi tragedie della storia dello sport: il disastro della 24 Ore di Le Mans. La decisione, già approvata dal parlamento svizzero nel 2022, segna la fine di un’era e apre scenari inediti per il futuro tecnologico e sportivo del Paese.

L’ombra di Le Mans: la tragedia che fermò un’intera nazione

Per comprendere la portata di questa decisione, è necessario fare un passo indietro, fino all’11 giugno 1955. Sul Circuit de la Sarthe, in Francia, andava in scena la 23ª edizione della 24 Ore di Le Mans. Alle 18:28, sul rettilineo principale, un concatenarsi di eventi scatenò l’inferno. La Jaguar di Mike Hawthorn, dopo un doppiaggio, frenò bruscamente per rientrare ai box, costringendo la Austin-Healey di Lance Macklin a una manovra evasiva. Alle loro spalle sopraggiungeva a piena velocità la Mercedes-Benz 300 SLR del pilota francese Pierre Levegh. L’impatto fu inevitabile. La Mercedes di Levegh usò la Austin come una rampa, decollando letteralmente verso la barriera che divideva la pista dalle tribune gremite.

L’auto si disintegrò. Parti incandescenti della carrozzeria in lega di magnesio, il motore e l’asse anteriore vennero proiettati sulla folla come proiettili mortali. Levegh morì sul colpo, ma la tragedia assunse proporzioni apocalittiche tra gli spettatori: il bilancio ufficiale parlò di 84 morti e oltre 120 feriti, rendendolo il più grave incidente nella storia dell’automobilismo. L’eco di quel disastro fu enorme e spinse numerose nazioni a riconsiderare le norme di sicurezza. La Svizzera, profondamente scossa, adottò la misura più drastica: un divieto totale e a tempo indeterminato per qualsiasi competizione di velocità su circuito chiuso.

Un’età dell’oro dimenticata: il mito di Bremgarten

Il divieto del 1955 non solo interruppe bruscamente lo sviluppo del motorsport elvetico, ma cancellò anche un passato glorioso. Prima della tragedia di Le Mans, la Svizzera era una tappa importante nel calendario internazionale, grazie soprattutto al leggendario Circuito di Bremgarten. Situato alla periferia di Berna, questo tracciato stradale di 7.280 metri era un nastro d’asfalto tanto magnifico quanto temibile. Inaugurato nel 1931, era famoso per i suoi rapidi saliscendi, le curve ad alta velocità immerse nei boschi e il continuo alternarsi di luce e ombra che metteva a dura prova la concentrazione dei piloti.

Bremgarten ha ospitato cinque edizioni del Gran Premio di Svizzera di Formula 1, dal 1950 al 1954, e altrettante del Motomondiale. Su quelle strade hanno corso leggende come Juan Manuel Fangio e Alberto Ascari. Ma la sua fama era legata anche alla sua pericolosità. Il 1° luglio 1948, durante le prove del Gran Premio, il circuito fu teatro di una giornata nera: in due incidenti distinti, persero la vita due icone del motorismo italiano, l’asso del motociclismo Omobono Tenni e il grande campione automobilistico Achille Varzi. La fine delle corse a Bremgarten, imposta dal divieto federale, lasciò un vuoto incolmabile, trasformando il circuito in un fantasma della memoria.

Il percorso verso la riapertura: cosa cambia dal 2026

Per decenni, ogni tentativo di abrogare la legge del 1955 è fallito. Solo negli ultimi anni, grazie ai passi da gigante compiuti nella sicurezza dei veicoli e delle infrastrutture, il dibattito si è riaperto con successo. Le uniche eccezioni al divieto sono state le gare in salita, gli slalom e alcune discipline “lente” come il motocross. Più recentemente, deroghe speciali hanno permesso di ospitare due ePrix di Formula E, a Zurigo nel 2018 e a Berna nel 2019, dimostrando che un motorsport moderno e più sostenibile era possibile anche su suolo elvetico.

Con la revoca del divieto federale, la responsabilità passerà direttamente ai Cantoni. Saranno i governi locali a dover autorizzare l’organizzazione di eventi e, soprattutto, la costruzione o l’ammodernamento di impianti permanenti. Questo non significa che vedremo a breve un Gran Premio di Formula 1 a Ginevra o Zurigo. L’assenza di un’infrastruttura adeguata, conseguenza diretta dei 71 anni di stop, è l’ostacolo più grande.

Gli occhi sono ora puntati sul Circuit de Lignières, nel Canton Neuchâtel, attualmente l’unico circuito permanente in Svizzera, oggi utilizzato principalmente per corsi di guida sicura. La sua riconversione e il suo potenziamento potrebbero rappresentare il primo passo concreto per la rinascita delle corse in pista. Tuttavia, la sfida è complessa: la Svizzera è un paese densamente popolato, con una forte sensibilità per le tematiche ambientali e l’inquinamento acustico, fattori che le autorità cantonali dovranno attentamente ponderare.

Un futuro tra passione e sostenibilità

La fine del divieto non è un semplice ritorno al passato, ma un’opportunità per la Svizzera di reinventare il proprio rapporto con il motorsport. L’eredità di precisione ingegneristica e innovazione tecnologica del Paese potrebbe trovare una nuova espressione, magari posizionando la Svizzera come un laboratorio per le competizioni del futuro: eventi per auto elettriche, trofei monomarca a idrogeno o competizioni Gran Turismo focalizzate sull’efficienza energetica.

Il ritorno del rombo dei motori sarà graduale e dovrà necessariamente trovare un equilibrio tra la passione sportiva, le esigenze economiche e un profondo rispetto per la sicurezza e l’ambiente. La Svizzera si riaffaccia sul mondo delle corse non con la nostalgia per l’era eroica e pericolosa di Bremgarten, ma con la consapevolezza di poter scrivere un capitolo completamente nuovo, più sicuro, tecnologico e sostenibile.

Di davinci

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