“La ferita brucia, brucia sempre. Ma questa decisione è inammissibile. Mi lascia attonito, sgomento, annichilito, indignato”. Sono queste le parole cariche di dolore e rabbia di Andrea Costanzo, padre di Chiara, la sedicenne milanese che ha perso la vita nella tragica notte di Capodanno a Crans-Montana. La sua voce si unisce a un coro di sdegno dopo la notizia della scarcerazione di Jacques Moretti, il proprietario del locale “Le Constellation”, teatro della strage che ha spezzato 40 giovani vite e ha lasciato oltre 100 feriti.
La decisione del Tribunale delle misure coercitive vallesano di concedere la libertà a Moretti, dietro il pagamento di una cauzione di 200.000 franchi svizzeri, ha riaperto una ferita profonda non solo per le famiglie delle vittime, ma per l’intera opinione pubblica italiana, innescando una vera e propria crisi diplomatica con la Svizzera.
Il dolore di un padre e la richiesta di giustizia
Andrea Costanzo, in una toccante intervista, ha espresso tutto il suo smarrimento: “Il fatto che un giorno sarà fatta giustizia è l’unica cosa che oggi mi tiene in vita. Ma queste notizie mi sembra che vadano in un senso contrario. Mi sembra tutto così ingiusto”. La cauzione fissata per il rilascio di Moretti è percepita come un’offesa alla memoria delle vittime. “Una cauzione di 200 mila franchi per uscire dal carcere, per un crimine del genere… Spero che la giustizia faccia il suo corso, certo, ma oggi sto vacillando”, ha aggiunto Costanzo.
Il padre di Chiara non nasconde i suoi dubbi sulla conduzione delle indagini da parte delle autorità elvetiche, puntando il dito contro quelle che definisce “omissioni gravi”. “In Italia non sarebbe stato così. Mi chiedo: e chi ha fatto i controlli? E il sindaco di Crans-Montana o i responsabili della sicurezza del Comune? Sono passate ormai tre settimane e queste persone sono a fare la bella vita. Secondo me ci sono delle pecche scandalose”. Parole che riecheggiano la frustrazione di molte famiglie che attendono risposte e che si sentono abbandonate.
Una tragedia che scuote le coscienze e le diplomazie
La tragedia di Crans-Montana è avvenuta nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio 2026, quando un incendio devastante, presumibilmente innescato da candele pirotecniche, ha trasformato il lounge bar “Le Constellation” in una trappola mortale. Le indagini si sono concentrate sui proprietari del locale, Jacques Moretti e la moglie Jessica Maric, accusati di omicidio colposo, lesioni personali colpose e incendio colposo. Sotto la lente degli inquirenti anche il materiale fonoassorbente del soffitto, che potrebbe aver contribuito alla rapida propagazione delle fiamme e del fumo tossico.
La scarcerazione di Moretti ha provocato una reazione durissima da parte del governo italiano. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito la decisione “un oltraggio alla memoria delle vittime”, mentre il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha parlato di “un atto che rappresenta un vero oltraggio alla sensibilità delle famiglie”. La tensione è culminata con il richiamo dell’ambasciatore italiano in Svizzera per consultazioni, un gesto diplomatico di forte impatto che sottolinea la gravità della situazione.
Le indagini e i dubbi sulla giustizia svizzera
Le critiche all’operato della magistratura svizzera non si limitano alla scarcerazione di Moretti. Fin dalle prime fasi, sono emerse perplessità sulla gestione dell’inchiesta. L’Italia aveva offerto la collaborazione della propria polizia giudiziaria, un’offerta che, secondo la premier Meloni, non è stata raccolta, portando a “incertezze, ritardi e lacune”. Una delle critiche più pesanti riguarda la mancata esecuzione delle autopsie su alcuni giovani deceduti che non presentavano ustioni, una procedura che in Italia sarebbe stata standard. Per questo motivo, la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta parallela e ha disposto gli esami autoptici sui corpi delle sei vittime italiane, tra cui Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Emanuele Galeppini, Sofia Prosperi e Riccardo Minghetti.
La giustizia svizzera, dal canto suo, ha difeso l’indipendenza della propria magistratura, sottolineando che la detenzione preventiva non è una pena anticipata e può essere ordinata solo in casi eccezionali. Tuttavia, per le famiglie delle vittime e per l’opinione pubblica italiana, la sensazione è quella di una giustizia che procede a rilento e che non tiene conto della gravità dei fatti e del dolore dei familiari.
Mentre la diplomazia è al lavoro e le indagini proseguono tra Italia e Svizzera, resta l’immenso dolore di chi ha perso un figlio, un amico, un amore in quella notte di festa trasformatasi in tragedia. La battaglia di Andrea Costanzo e delle altre famiglie per ottenere verità e giustizia è appena iniziata, una battaglia combattuta nel nome di Chiara e di tutte le giovani vite spezzate a Crans-Montana.
