ROMA – Un’onda d’urto scuote il sistema giudiziario italiano. La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha espresso in una nota ufficiale “grave preoccupazione” e ha sollevato “pesanti interrogativi” in seguito a un’inchiesta della trasmissione televisiva Report. Al centro del dibattito vi è la sicurezza informatica dei sistemi utilizzati da tutti i magistrati italiani, con la presunta scoperta di criticità che minerebbero la riservatezza e la segretezza delle attività giudiziarie.
L’inchiesta, trasmessa da Rai3, ha messo in luce la potenziale vulnerabilità di circa 40.000 computer in uso presso procure e tribunali. Secondo quanto ricostruito dal programma, su questi dispositivi sarebbe installato un software, denominato ECM (Endpoint Configuration Manager), che, pur essendo uno strumento standard di Microsoft per la gestione e manutenzione da remoto, potrebbe consentire accessi non autorizzati. La funzionalità di controllo a distanza, sebbene ufficialmente disabilitata, potrebbe essere attivata da tecnici con privilegi elevati, permettendo potenzialmente di monitorare l’attività sui computer dei magistrati senza lasciare tracce evidenti.
La richiesta di intervento dell’ANM
Di fronte a uno scenario così allarmante, l’ANM, che rappresenta circa il 96% dei magistrati italiani, non ha esitato a chiedere un’azione decisa da parte delle istituzioni. “Chiediamo un chiarimento al ministro Nordio e soprattutto un intervento immediato per garantire la necessaria segretezza di ogni indagine e delle attività di ogni giudice e pubblico ministero, impegnati nella tutela dei diritti di ciascun cittadino”, si legge nel comunicato. La richiesta non si ferma al Ministero della Giustizia. L’associazione dei magistrati ha infatti sollecitato delucidazioni anche riguardo al “ruolo della Presidenza del Consiglio” nella vicenda, un punto che, secondo l’ANM, trasforma la questione in un caso politico di primaria importanza. “È fondamentale ci sia piena e totale trasparenza, e che ogni soggetto istituzionale la garantisca per quanto di sua competenza”, conclude la nota.
I dettagli dell’inchiesta e le reazioni
L’inchiesta di Report, basata su documenti e testimonianze esclusive, ha rivelato che il software ECM sarebbe stato installato a partire dal 2019, durante il mandato dell’allora ministro Alfonso Bonafede. La questione sarebbe stata sollevata già nel 2024 dalla Procura di Torino, che aveva segnalato le potenziali falle di sicurezza al Ministero. Tuttavia, secondo la ricostruzione giornalistica, tali preoccupazioni sarebbero state messe a tacere, anche a seguito di un presunto intervento attribuito a Palazzo Chigi.
La reazione del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non si è fatta attendere. In una prima replica, ha definito le accuse “surreali”, sostenendo che le funzioni di controllo remoto non sono mai state attivate e che un loro eventuale utilizzo richiederebbe comunque un’esplicita richiesta e conferma da parte dell’utente. Nonostante le rassicurazioni, l’intervento dell’ANM ha riacceso i riflettori sulla vicenda, sottolineando come la magistratura associata consideri il tema sufficientemente grave da esigere risposte immediate e concrete.
D’altra parte, diversi esperti di cybersicurezza hanno tentato di ridimensionare l’allarme. Sostengono che l’ECM sia uno strumento standard e indispensabile per la gestione di reti complesse come quella del Ministero della Giustizia e che ogni operazione da remoto viene tracciata in file di log, rendendo improbabile un’attività di spionaggio occulto. Tuttavia, l’inchiesta ha anche mostrato una testimonianza pratica, in cui un giudice del Tribunale di Alessandria, con l’aiuto di un tecnico, avrebbe verificato la possibilità di un’intrusione non autorizzata nel proprio computer.
Le implicazioni per la sicurezza nazionale
La vicenda assume contorni che vanno oltre la semplice polemica politica o il dibattito tecnico. La potenziale vulnerabilità dei sistemi informatici della magistratura solleva una questione di sicurezza nazionale. La segretezza delle indagini, la protezione dei dati sensibili relativi a procedimenti penali e la stessa indipendenza della magistratura potrebbero essere a rischio. La richiesta di “piena e totale trasparenza” da parte dell’ANM non è solo una rivendicazione di categoria, ma un appello a tutela dei fondamenti dello Stato di diritto. La palla passa ora al Governo, chiamato a fornire risposte chiare e ad adottare tutte le misure necessarie per fugare ogni dubbio e ripristinare la piena fiducia nella sicurezza delle infrastrutture digitali della giustizia.
