Massimo Bossetti, l’ex muratore di Mapello condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, è tornato a parlare pubblicamente dal carcere di Bollate. In un’intervista esclusiva rilasciata a Bruno Vespa per la trasmissione “Porta a Porta”, ha ribadito con forza la sua innocenza, ha chiesto insistentemente la revisione del processo e ha lanciato un appello diretto ai genitori della giovane vittima. Le sue parole riaprono una ferita mai del tutto rimarginata, in un caso di cronaca nera che ha scosso l’Italia intera.

L’appello ai genitori di Yara e la richiesta di un nuovo test del DNA

Il punto focale dell’intervista è stato l’accorato appello ai genitori di Yara Gambirasio. “Vorrei un incontro con i genitori della povera Yara. Guardandomi negli occhi, capirebbero che non sono l’assassino”, ha dichiarato Bossetti. Un tentativo di instaurare un dialogo diretto, un confronto umano che, a suo dire, potrebbe fugare ogni dubbio sulla sua colpevolezza. Una richiesta che, tuttavia, in passato è già stata respinta dalla famiglia Gambirasio, che ha accusato l’uomo di cercare visibilità e di aggiungere “dolore al dolore”.

Parallelamente, Bossetti e il suo legale, l’avvocato Claudio Salvagni, insistono sulla necessità di una nuova analisi del DNA, la prova regina che ha portato alla sua condanna. “Questo dato scientifico lo metto in discussione perché non mi è stata data la possibilità di poterlo ripetere. Mi dicono che l’esame è irripetibile”, ha affermato. La difesa punta a rianalizzare i 54 campioni di DNA conservati presso l’Ufficio Corpi di Reato e a effettuare ulteriori accertamenti sugli indumenti della vittima, in particolare slip e leggings, che sarebbero rimasti integri. La speranza è che le nuove tecnologie scientifiche possano portare a risultati diversi e aprire la strada a una revisione del processo.

Le incongruenze e le giustificazioni di Bossetti

Durante l’intervista, Bruno Vespa ha incalzato Bossetti su alcuni punti oscuri emersi durante le indagini e il processo. Uno di questi riguarda il suo cellulare, spento dalle 17:45 del giorno della scomparsa di Yara fino al mattino seguente. La spiegazione fornita dall’ex muratore è apparsa confusa: “ero a casa e non avevo l’adattatore”.

Un altro tema scottante è quello delle ricerche online a sfondo pornografico, con particolare riferimento a video di tredicenni, trovate sul suo computer. Bossetti ha negato fermamente di averle mai effettuate: “I miei consulenti mi hanno spiegato che certe stringhe di ricerca sono generate in automatico dal computer”. Una difesa che non ha mai convinto pienamente gli inquirenti e la pubblica opinione.

La vita in carcere e i rapporti familiari

Bossetti ha anche parlato della sua vita da detenuto nel carcere di Bollate, dove svolge un lavoro come metalmeccanico per quattro ore al giorno. Ha rivelato di non aver mai usufruito di permessi premio, nonostante ne avesse la possibilità. “Rifiuto tutto perché vorrei uscire a testa alta, senza dover accettare un permesso o un beneficio. Non accetto di dover uscire per qualcosa che mi viene regalato”, ha spiegato, sottolineando la sua volontà di dimostrare la propria innocenza.

Sul fronte familiare, ha ammesso le difficoltà nel rapporto con la moglie, Marita Comi, che non va più a trovarlo in carcere. “Mia moglie non viene più a trovarmi perché sono nate incomprensioni tra di noi. A parte la scoperta, come sapete tutti, dei tradimenti. Preferisco un chiarimento a quattr’occhi fuori dal contesto carcerario”. Diversamente, i figli continuano a sostenerlo con visite regolari: “Mi sostengono con coraggio. Il mio cuore viene alimentato dalla loro forza. Ma nessuno può ridarmi tutti gli anni persi, io non riesco a immaginarmi un futuro”.

Il caso Yara Gambirasio: una ferita ancora aperta

L’omicidio di Yara Gambirasio rimane uno dei casi di cronaca più complessi e discussi degli ultimi decenni in Italia. La tredicenne scomparve il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, e il suo corpo fu ritrovato tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, in un campo a Chignolo d’Isola. Le indagini, lunghe e complesse, portarono all’identificazione di Massimo Bossetti attraverso un’imponente campagna di screening del DNA su migliaia di persone. Il processo si è concluso il 12 ottobre 2018 con la condanna definitiva all’ergastolo per l’uomo, il cui movente sarebbe stato un’aggressione a sfondo sessuale. Nonostante la sentenza definitiva, i dubbi e le richieste di revisione da parte della difesa non si sono mai placati, alimentando un dibattito che continua a dividere l’opinione pubblica.

Di veritas

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