Genova si prepara a commemorare il Giorno della Memoria con un evento di rara intensità emotiva e intellettuale. Da martedì sera, il palcoscenico del Teatro Duse ospiterà la prima nazionale di “Sette bambine ebree”, opera della celebre drammaturga britannica Caryl Churchill. La produzione, a cura del Teatro Nazionale di Genova, si preannuncia come uno dei momenti culturalmente più significativi della stagione, un appuntamento che scuote le coscienze e interroga il presente attraverso le lenti della storia.
Scritto nel 2009 all’indomani della sanguinosa operazione militare “Piombo Fuso” condotta da Israele a Gaza, che causò la morte di oltre 1.400 persone, il testo della Churchill risuona oggi con una tragica e assordante attualità. In un’epoca segnata da nuovi conflitti e da una violenza che sembra non conoscere tregua, le parole dell’autrice, considerate tra le più importanti della scena contemporanea, diventano un monito, un grido che attraversa il tempo.
La Struttura di un Capolavoro: Sette Quadri per una Coscienza Collettiva
L’opera si articola in sette brevi quadri, quasi frammenti poetici, che ripercorrono quasi un secolo di storia del popolo ebraico. Si parte dall’orrore della Shoah per arrivare alla nascita dello Stato di Israele, passando per la Guerra dei Sei Giorni fino a toccare le ferite ancora aperte del conflitto israelo-palestinese. La genialità della Churchill risiede nel linguaggio: scarno, essenziale, quasi un sussurro che si fa urlo. Il testo non racconta, ma evoca; non descrive, ma costringe lo spettatore a guardare l’orrore, a confrontarsi con le contraddizioni di una coscienza lacerata.
Al centro della scena, o meglio, al centro dell’assenza, c’è una bambina. Anzi, sette bambine, una per ogni quadro storico, a cui un coro di adulti si rivolge. Queste bambine non compaiono mai fisicamente, ma la loro presenza è assordante. Sono il simbolo dell’innocenza violata, il pretesto per le decisioni dei grandi, il capro espiatorio di una storia più grande di loro. Gli adulti dibattono su cosa dire e cosa non dire, su come proteggere senza mentire, su come trasmettere una memoria che è al tempo stesso salvezza e condanna. “Dille che è un gioco. Dille che è una cosa seria. Ma non spaventarla. Non dirle che la uccideranno”, recita uno dei passaggi più toccanti.
La Regia di Carlo Orlando: un Canto Corale Lontano dalla Narrazione Tradizionale
A guidare questa complessa partitura emotiva è il regista Carlo Orlando, figura poliedrica di attore, drammaturgo e pedagogo, da anni collaboratore del teatro genovese. La sua scelta registica, come da lui stesso dichiarato, è netta: non portare in scena dei “personaggi” nel senso tradizionale del termine, ma dare voce a “il canto di un coro”. Una famiglia che si fa clan, un clan che diventa popolo.
Questo coro, interpretato dallo stesso Orlando insieme a un cast di talentuosi attori – Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Caterina Tieghi, Elisa Carucci e Pietro Desimio – diventa lo specchio della nostra stessa coscienza, testimone di un orrore che si sente incapace di arrestare. Le voci si alternano, a volte violente e spietate, altre volte colme di una disperata richiesta d’aiuto, riflettendo la complessità e le insanabili contraddizioni del dramma umano.
Un Allestimento Immersivo tra Musica e Movimento
L’allestimento si avvale di elementi che ne amplificano la potenza evocativa. Le musiche, eseguite dal vivo da Alessandra Ravizza, creano una colonna sonora che spazia dai canti yiddish alle ninna nanne, dalle sonorità della tradizione palestinese a campionamenti elettronici. Un tessuto sonoro che avvolge lo spettatore e lo trasporta attraverso le diverse epoche e atmosfere. A questo si aggiunge la partitura coreografica di Claudia Monti, che lavora sul corpo degli attori per trasformare la storia in materia teatrale viva e pulsante. Le scene e i costumi sono firmati da Laura Benzi.
Un Teatro Necessario per non Dimenticare
La scelta del Teatro Nazionale di Genova di proporre “Sette bambine ebree” proprio in occasione del Giorno della Memoria è un atto di grande coraggio e responsabilità culturale. In un momento storico in cui si moltiplicano gli sforzi per mantenere viva la memoria della Shoah e delle persecuzioni, questo spettacolo si inserisce come un tassello fondamentale. Non è una celebrazione rituale, ma una ferita aperta che interroga il nostro presente e il nostro futuro. Come ha sottolineato il regista, il testo mette di fronte alla tragedia del popolo ebraico l’altra “orribile tragedia che si svolge sotto i nostri occhi”: quella del popolo palestinese.
Lo spettacolo, nella pregevole traduzione di Masolino D’Amico, rimarrà in scena al Teatro Duse fino al primo febbraio, offrendo al pubblico genovese un’occasione imperdibile per riflettere, emozionarsi e, soprattutto, per non dimenticare. Un’opera che, come poche altre, dimostra la capacità del teatro di essere bene pubblico, specchio della comunità e strumento indispensabile di conoscenza.
