Bruxelles – Un’atmosfera tesa, quasi surreale, ha caratterizzato l’ultimo Consiglio Europeo straordinario. Per quasi cinque ore, i leader dei Ventisette si sono riuniti all’Europa Building per una cena di lavoro senza cellulari, con un solo, ingombrante, punto all’ordine del giorno: definire una linea comune di fronte all’imprevedibilità dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump. Un dibattito serrato che ha rivelato un’Europa a due velocità: divisa e incerta sulla gestione del controverso “Board of Peace” per Gaza, ma sorprendentemente compatta nel delineare una futura strategia di “autonomia strategica”, basata su fermezza e dialogo.

Il nodo “Board di Gaza”: tra dubbi europei e pressioni americane

Il fulcro della discussione è stato senza dubbio il “Board of Peace” per Gaza, l’organismo per la ricostruzione della Striscia promosso da Donald Trump e presentato a Davos. Il Presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, ha dato voce ai “seri dubbi” condivisi da molti leader presenti. Le perplessità, emerse dalle conclusioni orali del summit (non era previsto un testo scritto, trattandosi di un vertice straordinario), riguardano elementi cruciali dello statuto del Board: dal perimetro delle sue competenze all’assetto di governance, fino alla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite.

L’Unione Europea non chiude la porta a una collaborazione con Washington per un piano di pace, ma pone una condizione imprescindibile: il Board dovrà operare come un’amministrazione transitoria nel pieno rispetto della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questa risoluzione, infatti, approva un piano globale per la fine del conflitto, accogliendo con favore l’istituzione del Board come amministrazione di transizione fino a quando l’Autorità Palestinese non sarà in grado di riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace.

Tuttavia, il fronte europeo appare tutt’altro che monolitico. Mentre Ungheria e Bulgaria hanno già firmato l’adesione al Board, la Spagna ha opposto un netto rifiuto. Altri Paesi, tra cui l’Italia, hanno preferito prendere tempo, navigando in acque agitate tra le pressioni transatlantiche e i vincoli interni.

Il caso Italia: l’ostacolo dell’articolo 11 della Costituzione

La posizione italiana è particolarmente complessa. A complicare il quadro sono arrivate le dichiarazioni di Donald Trump, di ritorno da Davos, che secondo i media a bordo dell’Air Force One avrebbe affermato: “Giorgia Meloni e Karol Nawrocki (presidente polacco, ndr) mi hanno detto che vogliono unirsi, ma prima devono espletare le formalità necessarie”. Palazzo Chigi non ha replicato ufficialmente, ma il tema è delicato. Nelle ore precedenti al vertice, era infatti emerso con chiarezza un potenziale conflitto tra lo statuto del Board e l’articolo 11 della Costituzione italiana.

L’articolo 11 consente limitazioni di sovranità solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”, per promuovere organizzazioni internazionali che assicurino pace e giustizia. Il timore è che l’attuale assetto del Board, con un ruolo preponderante per gli Stati Uniti, non garantisca questa parità, ponendo un serio ostacolo giuridico all’adesione italiana. La premier Giorgia Meloni ha confermato questa criticità, parlando di “elementi di incompatibilità” che richiedono tempo e approfondimenti, pur mantenendo una posizione di apertura al dialogo.

La strategia europea: fermezza, dialogo e nuove alleanze

Se sul Board di Gaza le divisioni persistono, i leader europei hanno mostrato una crescente unità su una strategia a lungo termine nei confronti degli USA. La linea, riassunta efficacemente dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, si basa su quattro principi: fermezza, apertura, preparazione e unità. Questo approccio si è già rivelato efficace sulla questione della Groenlandia, dove la solidarietà europea ha contribuito a far ritirare a Trump la minaccia di nuovi dazi.

L’obiettivo è chiaro: dialogare senza mostrare debolezza, mantenendo sempre sul tavolo la possibilità di ritorsioni credibili, ma senza alimentare un’escalation di tensioni. C’è la consapevolezza che, almeno fino alle elezioni di Midterm americane, la retorica di Trump non cambierà. L’Europa, quindi, deve rafforzare la propria “autonomia strategica”, un concetto ormai considerato ineluttabile sia da Costa che da von der Leyen.

Accelerazione sugli accordi commerciali: India e Mercosur

Questa spinta verso una maggiore autonomia si traduce in una precisa strategia economica e diplomatica: costruire una rete di alleanze alternativa alla partnership storica con gli Stati Uniti. In quest’ottica, l’Unione Europea sta accelerando i negoziati per importanti accordi commerciali.

  • Accordo con l’India: I vertici comunitari sono attesi a Nuova Delhi martedì 27 gennaio per finalizzare un accordo di libero scambio che si preannuncia cruciale. L’intesa mira a ridurre le barriere tariffarie e a rafforzare l’integrazione delle catene del valore, creando un’area economica di circa 2 miliardi di consumatori.
  • Accordo con il Mercosur: Nonostante il recente voto del Parlamento Europeo per sottoporre l’accordo alla Corte di Giustizia UE, l’impressione a Bruxelles è che sia la Commissione che la maggioranza dei governi vogliano procedere. Il Presidente Costa ha esplicitamente invitato la Commissione ad andare avanti con l’applicazione provvisoria dell’intesa, già approvata dai Paesi membri, per non perdere un’opportunità strategica dopo 25 anni di trattative.

La lunga notte di Bruxelles, quindi, si conclude con un messaggio ambivalente. Da un lato, le crepe di un’Europa che fatica a trovare una voce unica di fronte alle provocazioni di Trump. Dall’altro, la presa di coscienza, forse definitiva, che il futuro dell’Unione passa inevitabilmente da una maggiore coesione interna e dalla capacità di agire come un attore globale autonomo e credibile sulla scena internazionale.

Di atlante

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