Un vero e proprio terremoto politico si è scatenato in Senato attorno alla proposta di legge sulla violenza sessuale. La presentazione di un testo riformulato da parte della senatrice della Lega e presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, ha di fatto cancellato l’accordo bipartisan che era stato faticosamente raggiunto alla Camera, provocando la veemente protesta delle opposizioni, in primis del Partito Democratico. Al centro della contesa, la sostituzione del principio del “consenso” con quello del “dissenso”, una modifica che, secondo i critici, rischia di indebolire la tutela delle vittime e di rappresentare un pericoloso passo indietro culturale e giuridico.
La rottura dell’accordo bipartisan
Il testo originario, approvato all’unanimità a Montecitorio il 19 novembre 2025, era il frutto di un’intesa tra maggioranza e opposizione, sigillata da un’intesa tra la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. L’obiettivo condiviso era quello di rafforzare le tutele per le vittime di violenza sessuale, introducendo il principio chiaro e inequivocabile del “consenso libero e attuale”. Tuttavia, l’iter al Senato ha subito una brusca frenata, culminata con la presentazione, il 22 gennaio 2026, di un emendamento a firma Bongiorno che stravolge l’impianto della legge.
La nuova formulazione abbandona il modello del consenso per abbracciare quello del dissenso. Il nuovo articolo 609-bis del codice penale, come proposto dalla senatrice leghista, punirebbe chiunque compia atti sessuali “contro la volontà di una persona”. Il testo specifica che “la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso” e che l’atto è contrario alla volontà anche “quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”.
Le dure critiche del Partito Democratico
La reazione del Partito Democratico non si è fatta attendere. In una nota congiunta, i capigruppo di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, hanno definito il testo Bongiorno “un’offesa alle donne, un’offesa alle vittime e un’offesa anche alla presidente del Consiglio”. Secondo i dem, la “forzatura” compiuta al Senato “stravolge il senso della legge che aveva l’obiettivo di tutelare le vittime” e rappresenta un ritorno al passato. “Hanno vinto i veti della destra”, ha dichiarato il capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Peppe De Cristofaro, sottolineando come si stia compiendo “un enorme passo indietro”.
Le critiche si concentrano sul rischio di una vittimizzazione secondaria in tribunale, dove la persona che denuncia potrebbe essere costretta a dimostrare di aver esplicitamente detto “no”. Questo, secondo le associazioni femministe come ‘Differenza Donna’, escluderebbe tutte quelle situazioni di “freezing”, in cui la vittima rimane paralizzata dalla paura e non è in grado di esprimere verbalmente il proprio dissenso.
- Spostamento dell’onere della prova: I critici sostengono che passare dal “consenso” al “dissenso” sposti l’onere della prova sulla vittima, che dovrebbe dimostrare di essersi opposta.
- Ambiguità del “contesto”: Il riferimento alla valutazione del “contesto” e della “situazione” è visto come un elemento che potrebbe aprire a interpretazioni ambigue e a giustificazioni inaccettabili.
- Riduzione delle pene: Un altro punto di scontro riguarda la modifica delle pene. La proposta Bongiorno introduce una distinzione, riducendo la pena per la violenza sessuale “semplice” (da 4 a 10 anni, rispetto ai 6-12 del testo originario) e mantenendo la forbice più alta per i casi aggravati da violenza o minaccia.
La difesa della senatrice Bongiorno
Dal canto suo, Giulia Bongiorno ha difeso la sua proposta, affermando che “al centro resta la volontà della donna” e che il nuovo testo “include anche le condotte di freezing cioè quelle a sorpresa”. Secondo la senatrice, la sua riformulazione rappresenta un “buon punto di equilibrio” tra la tutela delle vittime e la certezza del diritto. Bongiorno ha sostenuto che l’accordo con l’opposizione “non riguardava gli aggettivi da usare, ma la sostanza”, ovvero valorizzare la volontà della donna. Riguardo alla riduzione delle pene, ha dichiarato di aver accolto una richiesta del PD per i casi senza minaccia, pur rimanendo personalmente convinta che sarebbe stato meglio aggravare tutte le sanzioni.
Le prospettive future
La rottura dell’unità politica su un tema così delicato come la violenza contro le donne segna un momento di forte tensione politica. Le opposizioni si sono appellate direttamente alla premier Meloni, chiedendole di chiarire la sua posizione e di difendere l’accordo raggiunto alla Camera. Il futuro della legge è ora incerto, con le opposizioni che promettono battaglia in Commissione e in Aula. La questione non è solo tecnica o giuridica, ma profondamente culturale: si tratta di decidere quale messaggio inviare alla società riguardo alla libertà e all’autodeterminazione delle donne. La scelta tra “consenso” e “dissenso” non è una mera questione semantica, ma il riflesso di due visioni opposte su come affrontare e sradicare la piaga della violenza sessuale.
