Roma – Era il 1993. Il mondo della moda viveva un’epoca di fermento creativo, ma la mappa del suo impero era ancora saldamente ancorata alle capitali occidentali. La Cina, per molti, era un universo lontano, un mercato enigmatico e culturalmente distante. Fu in questo scenario che due nomi sacri del Made in Italy, Valentino Garavani e Gianfranco Ferré, ricevettero un invito tanto prestigioso quanto complesso: sfilare a Pechino. Un invito che si sarebbe trasformato in un’odissea, un racconto di sfide impreviste e trionfi inaspettati che ha segnato una pietra miliare nei rapporti tra la moda italiana e il Dragone.

A far luce su questa pagina quasi dimenticata della storia del costume è Piero Piazzi, oggi presidente di Women Management del Gruppo Elite, ma all’epoca talent scout per l’agenzia Riccardo Gay. Fu lui a ricevere la telefonata “disperata”, come la definisce, di Daniela Giardina, capo della comunicazione di Valentino, e Rita Airaghi, braccio destro di Ferré. La condizione imposta dal governo cinese era perentoria: utilizzare esclusivamente modelle locali. Una clausola che, in un’epoca senza casting digitali e con una conoscenza quasi nulla del panorama cinese, rappresentava un salto nel buio.

L’Avventura Inizia: Scetticismo e Determinazione

Nonostante un forte scetticismo iniziale, Piazzi accettò la sfida e partì per Pechino, imponendo però di portare con sé due modelle occidentali di riferimento, Veronica Webb e Angie Harmon, come “rete di sicurezza”. Quello che trovò al suo arrivo confermò i suoi timori: un’organizzazione caotica, barriere linguistiche insormontabili e modelle “carine ma senza portamento”. L’impresa sembrava destinata al fallimento. “Capii subito che sarebbe stato davvero difficile uscire da quella situazione con un risultato decente”, ricorda Piazzi.

L’evento si inseriva nel contesto del “Chic ’93”, una manifestazione organizzata dal China International Fair for Investment and Trade presso il China World Trade Center di Pechino. Si trattava di uno dei primi tentativi concreti di aprire il mercato cinese alla moda internazionale, un’occasione a cui parteciparono anche altre personalità di spicco come Pierre Cardin. L’interesse delle autorità cinesi era tale che l’allora presidente Jiang Zemin ricevette personalmente gli stilisti e gli ambasciatori nel palazzo presidenziale, a testimonianza dell’importanza attribuita all’evento non solo come fatto di costume, ma come leva economica e diplomatica.

Armonia Inattesa e l’Occhio di Valentino

In mezzo alle difficoltà, emerse un aspetto sorprendente: la totale assenza di rivalità tra Valentino e Ferré. I due stilisti, pur dovendo preparare due show distinti, collaborarono in piena armonia, trasformando i momenti di stress in occasioni di scoperta e divertimento. “Nei momenti liberi stavamo tutti assieme e ci divertivamo ad andare nei mercatini, in giro per la città. Valentino era rilassato, felice come un bambino”, racconta Piazzi.

Fu proprio l’occhio clinico e la sensibilità estetica di Valentino a trovare la chiave di volta. Lo stilista rimase affascinato dalle modelle cinesi, notando un dettaglio che ai più sarebbe sfuggito: “avevano i colli lunghi come quelli di Marella Agnelli, che lui adorava”. Per Valentino, la perfezione canonica non era il criterio principale. “L’importante per lui era la classe. Dovevano essere donne eleganti nel portamento, nello sguardo, di classe insomma”. Questa intuizione cambiò la prospettiva, trasformando un potenziale difetto – la mancanza di esperienza – in una caratteristica da valorizzare.

Il Trionfo e la Magia sulla Muraglia Cinese

Contro ogni pronostico, le sfilate furono un successo strepitoso. Pubblico e stampa accolsero con entusiasmo le collezioni, affascinati da un lusso e uno stile fino ad allora solo immaginati. La “magia” di Valentino, come la descrive Piazzi, aveva operato ancora: “aveva il dono di trasformare tutto ciò che toccava in qualcosa di favoloso… anche se non erano perfette, riusciva a trasformarle in dee”.

Il successo fu tale che, appena due giorni dopo, le autorità cinesi chiesero a Valentino di replicare, questa volta in una location a dir poco mozzafiato: la Muraglia Cinese. Un evento nell’evento, che consacrò definitivamente la missione italiana, trasformandola in un momento iconico, immortalato nella storia della moda.

Aneddoti di un Viaggio Pionieristico

Il viaggio non fu esente da aneddoti che oggi suonano quasi surreali. Piazzi ricorda una Cina “ancora molto indietro”, dove l’igiene non era una priorità e le sorprese erano all’ordine del giorno. Durante una cena ufficiale in ambasciata, il gruppo scoprì, solo a pasto terminato, di aver mangiato carne di serpente. L’episodio più teso si verificò però quando l’intera collezione di Valentino sparì misteriosamente dall’albergo. Fu la reazione furibonda di Giancarlo Giammetti, socio storico di Valentino, a risolvere la situazione: “Alzò talmente la voce che la collezione ricomparve, come per magia”, conclude Piazzi.

Il ritorno in Italia fu un trionfo. Il team tornò “felice e soddisfatto”, carico di sete e oggetti acquistati nei mercatini, ma soprattutto con la consapevolezza di aver aperto una breccia, di aver gettato un ponte tra due culture attraverso il linguaggio universale della bellezza e dell’eleganza. Quella sfilata del 1993 non fu solo un evento commerciale, ma un atto di diplomazia culturale che anticipò di decenni l’ascesa della Cina a superpotenza anche nel mondo del lusso.

Di davinci

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