Il Perù è nuovamente scosso da una crisi politica che investe i suoi vertici istituzionali. Il presidente ad interim, José Jerí, si trova al centro di un’inchiesta per presunto traffico di influenze a seguito della diffusione di video che lo ritraggono in incontri non ufficiali con due imprenditori di nazionalità cinese. La vicenda, ribattezzata dai media locali “Chifagate”, ha innescato una reazione a catena, con l’apertura di un’indagine preliminare da parte della Procura e la presentazione di due mozioni di sfiducia in Parlamento. Jerí, dal canto suo, nega ogni addebito e denuncia l’esistenza di un “complotto” orchestrato per destabilizzare il suo governo e il Paese.
Le accuse e gli incontri controversi
Al centro delle indagini ci sono i rapporti tra il presidente Jerí e l’imprenditore cinese Zhihua “Johnny” Yang, attivo nel settore energetico. Secondo un’inchiesta giornalistica del programma Cuarto Poder, i due si sarebbero incontrati in almeno due occasioni in contesti informali e non registrati nell’agenda ufficiale della presidenza.
Il primo incontro documentato risale al 26 dicembre, quando Jerí è stato filmato mentre entrava in un ristorante cinese (“chifa”) con il volto parzialmente coperto, un dettaglio che ha alimentato i sospetti. Un secondo incontro si sarebbe tenuto il 6 gennaio in un negozio di proprietà dello stesso Yang, lo stesso giorno in cui l’esercizio era stato clausurato dalle autorità municipali per poi essere riaperto subito dopo la visita presidenziale. Entrambe le circostanze hanno sollevato seri dubbi sulla trasparenza dell’operato del capo dello Stato.
A complicare ulteriormente la posizione di Jerí, emerge un altro elemento controverso: la visita al palazzo del governo da parte di Ji Wu Xiaodong, un altro uomo d’affari cinese che si trovava agli arresti domiciliari con il divieto assoluto di lasciare la propria abitazione. Nonostante le restrizioni, l’imprenditore avrebbe visitato la sede del governo per ben tre volte.
La difesa del Presidente e l’ipotesi del complotto
Convocato davanti alla commissione di controllo del Parlamento, José Jerí ha respinto ogni accusa di illecito. Ha sostenuto che gli incontri con Yang si siano svolti in un contesto puramente privato e non ufficiale, senza alcuna finalità impropria. La sua difesa si è concentrata sulla diffusione “selettiva e progressiva” dei filmati, che a suo avviso farebbe parte di una strategia mirata a distorcere la realtà dei fatti e a destabilizzare il Perù in una fase politica particolarmente delicata.
“Voglio sapere chi è dietro questo complotto”, ha dichiarato Jerí, sollecitando un’indagine per identificare i responsabili della registrazione e della divulgazione delle immagini. Nonostante le pressioni dell’opposizione, che ne chiede a gran voce le dimissioni, il presidente ha escluso l’ipotesi di un passo indietro, dichiarandosi pienamente disponibile a collaborare con la magistratura per chiarire la sua posizione.
Un Paese in perenne instabilità
Questa nuova crisi si inserisce in un contesto di profonda e prolungata instabilità politica che affligge il Perù da anni. Dal 2016, il Paese ha visto alternarsi ben sette presidenti, un dato che testimonia la fragilità delle sue istituzioni. Jerí stesso è diventato presidente ad interim da poco più di cento giorni, in seguito alla destituzione di Dina Boluarte, a sua volta travolta da scandali e accuse di corruzione. La sua presidenza, che dovrebbe traghettare il paese verso nuove elezioni previste per il 12 aprile 2026, è ora messa a dura prova.
La Procura della Nazione ha aperto un’indagine preliminare per i presunti reati di traffico di influenze e patrocinio illegale di interessi. Sebbene il presidente goda dell’immunità durante il suo mandato, l’inchiesta potrà proseguire una volta che avrà lasciato l’incarico. Nel frattempo, il Congresso sta valutando due mozioni di censura che potrebbero portare alla sua rimozione.
Le implicazioni economiche e sociali
L’incertezza politica rischia di avere pesanti ripercussioni sull’economia peruviana e di esacerbare le tensioni sociali. Il Perù è un paese caratterizzato da profonde disuguaglianze, dove l’1% della popolazione detiene il 30% della ricchezza. L’instabilità istituzionale mina la fiducia degli investitori e rallenta le riforme necessarie per affrontare problemi strutturali come la povertà e la criminalità organizzata, percepita come una delle principali minacce dalla popolazione.
La vicenda del “Chifagate” non fa che alimentare la sfiducia dei cittadini nei confronti di una classe politica percepita come corrotta e distante dai problemi reali del Paese, rendendo ancora più incerto il futuro del Perù.
