Milano – Una cittadina contro il gigante della burocrazia. Una storia che evidenzia l’importanza della vigilanza civica e le complessità delle normative urbanistiche nel cuore di una metropoli in continua trasformazione. Una residente di un palazzo nella centralissima via Carducci a Milano, ha intrapreso e vinto una battaglia legale contro il Comune, ottenendo dal Tribunale Amministrativo Regionale (Tar) della Lombardia una sentenza che obbliga Palazzo Marino a fare chiarezza su un imponente progetto edilizio.
La vicenda: un grattacielo sospetto e il silenzio del Comune
Tutto ha inizio quando, di fronte alle finestre dell’appartamento della donna, in una zona di pregio come quella di Sant’Ambrogio, prendono il via i lavori di demolizione e successiva costruzione di un complesso residenziale destinato a superare i 30 metri di altezza. Sull’onda delle recenti inchieste che hanno scosso l’urbanistica milanese, la cittadina ha iniziato a nutrire dubbi sulla regolarità dell’intervento, in particolare riguardo al titolo edilizio utilizzato: una semplice Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA), un’autocertificazione, al posto di un più rigoroso “permesso di costruire”. Questo dettaglio procedurale è un tema caldo a Milano, al centro di numerose indagini per presunti abusi edilizi.
Già nell’estate del 2024, la residente aveva richiesto al Comune l’accesso agli atti relativi al cantiere, situato tra via Carducci e via Terraggio. Una volta ottenuti i documenti, ha ravvisato quelle che ha definito “molteplici criticità urbanistico-edilizie”. Forte delle sue convinzioni, nel luglio dello stesso anno ha presentato un’istanza formale agli uffici comunali, chiedendo una verifica approfondita e una risposta chiara sulla legittimità dei lavori.
Il 25 luglio, il Comune ha comunicato l’avvio delle verifiche, ma a questa comunicazione non è seguito alcun atto conclusivo. Nonostante un sollecito inviato il 16 settembre, Palazzo Marino è rimasto inerte. Questo silenzio ha spinto la donna, assistita dall’avvocato Bruno Bianchi, a ricorrere al Tar per quella che è stata definita una “colpevole inerzia” dell’amministrazione.
La decisione del Tar e le sue implicazioni
I giudici amministrativi hanno dato piena ragione alla cittadina. Nella sentenza, il Tar lombardo ha stabilito che il ricorso contro “il silenzio comunale sulla richiesta verifica della legittimità dell’intervento” doveva essere accolto. Di conseguenza, è stato ordinato al Comune di Milano di concludere il procedimento di verifica entro un termine perentorio di 60 giorni, emettendo un provvedimento finale che stabilisca in modo inequivocabile se l’intervento edilizio sia regolare o meno.
La difesa del Comune aveva tentato di argomentare di aver comunque agito, informando la ricorrente della decisione di sospendere i lavori in attesa del provvedimento finale e imponendo la messa in sicurezza del cantiere. Tuttavia, per i giudici del Tar, questa misura non è stata ritenuta sufficiente. La sospensione dei lavori, infatti, non assolve l’amministrazione dall’obbligo di completare l’istruttoria e di pronunciarsi nel merito della regolarità del titolo edilizio, come richiesto dalla cittadina.
Questa sentenza assume un valore particolare nel contesto milanese, dove il tema della trasparenza e della correttezza delle procedure urbanistiche è di grande attualità. Le numerose inchieste della Procura hanno acceso i riflettori su un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe permesso in diversi casi di realizzare nuove costruzioni mascherandole da ristrutturazioni, eludendo così oneri e controlli più stringenti. Il caso di via Carducci, sebbene non risulti al momento al centro di un filone di indagine penale, si inserisce in questo clima di diffusa attenzione.
Il contesto più ampio: il “Modello Milano” sotto esame
La vicenda si colloca in un periodo di forte dibattito sul cosiddetto “Modello Milano”, un approccio allo sviluppo urbano che ha visto una rapida e imponente trasformazione della città. Se da un lato questo modello ha portato a una crescita e a una modernizzazione evidenti, dall’altro ha sollevato interrogativi sulla sua sostenibilità e sul rispetto delle regole. L’utilizzo estensivo di procedure semplificate come la SCIA per interventi di grande impatto è uno dei nodi critici emersi dalle indagini.
La decisione del Tar sul cantiere di via Carducci ribadisce un principio fondamentale: l’amministrazione pubblica ha il dovere di rispondere alle istanze dei cittadini e di esercitare il proprio potere di controllo, garantendo che lo sviluppo edilizio avvenga nel pieno rispetto della legalità. Il “silenzio” non può essere una risposta, soprattutto quando sono in gioco interessi pubblici e privati di tale portata. La vittoria di questa cittadina rappresenta quindi non solo un successo personale, ma anche un importante precedente per chiunque si trovi a combattere per la trasparenza e la tutela del proprio territorio.
