ROMA – “Non un’ingiusta detenzione, ma un ingiusto sequestro di persona”. Con queste parole dure e precise, l’imprenditore torinese Mario Burlò ha iniziato la sua testimonianza davanti alla Commissione Esteri e Difesa del Senato, rompendo il silenzio sui 14 mesi trascorsi in un carcere venezuelano. Un racconto crudo, che trasforma un’esperienza personale estrema in una denuncia umanitaria e politica di vasta portata, gettando una luce sinistra sulle condizioni carcerarie nel paese sudamericano.

Recentemente liberato insieme al cooperante Alberto Trentini, Burlò ha usato l’aula del Senato non per celebrare il suo ritorno alla libertà, ma per dare voce a coloro che sono rimasti indietro, intrappolati in un sistema che ha definito privo di ogni garanzia legale. La sua non è stata solo la cronaca di una prigionia, ma un atto d’accusa contro un regime e una promessa solenne di impegno civile.

“Un campo di concentramento”: il racconto dell’orrore

Il cuore della testimonianza di Burlò si è concentrato sulla descrizione del carcere di Caracas, da lui paragonato senza mezzi termini a un “campo di concentramento”. “Ci rasavano i capelli a zero”, ha raccontato, evocando immagini che appartengono ai capitoli più bui della storia. Ha descritto scene di una brutalità inimmaginabile: “Ho visto dei ragazzi musulmani, che durante il Ramadan non mangiavano, venire intubati con attrezzi infilati nelle parti intime”. Parole che hanno gelato l’aula e che dipingono un quadro di torture sistematiche e di annientamento fisico e psicologico dei detenuti.

L’imprenditore ha ripercorso i primi momenti della sua prigionia, la prima notte passata su una sedia, fino a quando un altro detenuto gli ha ceduto il suo materasso, “un gesto d’amore che non dimenticherò mai”. Un barlume di umanità in un inferno che, secondo le sue parole, era orchestrato per annientare la dignità umana. Burlò ha rivelato un dettaglio agghiacciante: “Era stato dato l’ordine di ammazzarci. Sapevo che era un rischio concreto fin quando non ho sentito l’Ambasciata, lì ho capito che non eravamo soli”.

Un “sequestro”, non una detenzione

Burlò, 52 anni, era stato arrestato nel novembre 2024, trattenuto secondo i familiari senza motivi chiari, mentre si trovava in Venezuela per esplorare nuove opportunità imprenditoriali. Per mesi, la famiglia ha avuto contatti sporadici e controllati. L’imprenditore ha sempre sostenuto di non essere un detenuto, ma un “sequestrato”. Questa distinzione è fondamentale per comprendere la natura della sua prigionia, avvenuta in un contesto politico opaco e complesso, dove la detenzione di cittadini stranieri viene spesso utilizzata come strumento di pressione politica dal regime di Nicolás Maduro.

La sua liberazione, avvenuta dopo 423 giorni, è stata il risultato di un intenso lavoro diplomatico da parte delle istituzioni italiane, che Burlò ha tenuto a ringraziare pubblicamente, definendosi un “miracolato”. La vicenda di Burlò e di altri italiani detenuti in Venezuela ha contribuito a un cambiamento nelle relazioni diplomatiche tra Roma e Caracas, con l’Italia che ha deciso di innalzare il livello della propria rappresentanza diplomatica nel paese.

L’impegno per chi è rimasto: “La mia ragione di vita”

Oltre la denuncia, la testimonianza di Mario Burlò è stata una chiamata all’azione. Ministro dell’Ordine di Malta, ha dichiarato di essersi ripromesso, durante la prigionia, di dedicare la sua vita ad aiutare gli altri detenuti. “Non posso accettare che quei ragazzi siano lì torturati. Devo salvarli, questa è la mia ragione di vita”, ha affermato con forza in Senato. Un impegno che trasforma il dolore personale in una missione, una lotta contro l’ingiustizia che ha vissuto sulla propria pelle.

La sua denuncia chiama in causa la comunità internazionale, sollecitando un monitoraggio indipendente e una presa di posizione netta sulle condizioni carcerarie in Venezuela, dove, secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, le violazioni sono sistematiche e l’impunità regna sovrana. Il sovraffollamento carcerario è a livelli allarmanti, con decine di migliaia di persone detenute in strutture fatiscenti e in condizioni disumane.

L’audizione di Burlò al Senato segna un passaggio simbolico cruciale: la voce di un cittadino che chiede allo Stato di non voltarsi dall’altra parte. Ora, la sfida è trasformare queste parole in azioni concrete, in pressioni diplomatiche efficaci e in un’attenzione costante verso i tanti, troppi, che ancora attendono giustizia dietro le sbarre delle prigioni venezuelane.

Di veritas

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