Una vittoria giudiziaria dal valore emblematico, che riapre una ferita mai del tutto rimarginata sulla sicurezza di chi opera per la tutela della collettività. Il Tribunale di Genova, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha condannato il Ministero dell’Interno a un maxi risarcimento di circa un milione di euro in favore dei familiari di un vigile del fuoco di La Spezia, morto in seguito a patologie correlate all’esposizione professionale alle polveri e fibre di amianto. La decisione, firmata dalla giudice Valentina Cingano, non solo riconosce il nesso causale tra l’attività lavorativa e il decesso, ma estende in modo significativo il diritto al risarcimento anche ai nipoti della vittima, sottolineando la gravità e l’ampiezza del danno subito dall’intero nucleo familiare.
Una battaglia legale per la verità e la giustizia
La causa, patrocinata con tenacia dall’avvocato Paolo Frisani, legale del sindacato autonomo dei vigili del fuoco Conapo, ha portato alla luce una realtà drammatica. In aula è stata dimostrata “una esposizione massiccia, continuativa e non occasionale alle fibre di amianto nel corso dell’attività di intervento“. L’aspetto più inquietante emerso durante il processo è che il pericolo non si celava unicamente negli scenari operativi esterni, come incendi in edifici contaminati, ma era insito negli stessi strumenti di protezione forniti ai pompieri. Coperte, guanti, maschere e altri dispositivi di protezione individuale (DPI), utilizzati regolarmente fino alla fine degli anni Novanta, contenevano amianto. Il tutto, come sottolineato dalla difesa, avveniva “senza alcuna informazione o istruzione su come evitare il contatto con un materiale altamente nocivo“.
L’esposizione, quindi, non era limitata ai soli interventi di soccorso, ma si estendeva anche alle attività quotidiane e obbligatorie di addestramento e manutenzione nelle caserme. Una contaminazione costante e silenziosa che ha minato la salute di molti servitori dello Stato, trasformando gli strumenti di protezione in veicoli di malattia.
Un precedente importante e la richiesta di mappatura nazionale
Questa sentenza non è un caso isolato, ma si inserisce in un filone giurisprudenziale che ha già visto altri tribunali riconoscere la presenza diffusa di materiali contenenti amianto nelle sedi di servizio e sugli automezzi dei vigili del fuoco. Tuttavia, la decisione di Genova assume un rilievo particolare per l’entità del risarcimento e per il riconoscimento del danno subito anche dai familiari di secondo grado, come i nipoti.
Alla luce di questo verdetto, il sindacato Conapo, attraverso il suo segretario generale Marco Piergallini, è tornato a chiedere con forza un intervento risolutivo da parte delle istituzioni. La richiesta principale, portata avanti da anni, è quella di una mappatura nazionale completa e aggiornata di tutti i siti, pubblici e privati, contenenti amianto. “La mancata mappatura espone quotidianamente i Vigili del Fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute“, ha dichiarato Piergallini. Il sindacato denuncia come, ancora oggi, i soccorritori si trovino a intervenire in scenari di cui non si conosce il livello di rischio, mettendo a repentaglio la propria vita per salvare quella altrui.
Il nemico invisibile: l’amianto e le sue conseguenze
L’amianto, o asbesto, è un minerale fibroso che, per le sue caratteristiche di resistenza al calore e alla trazione, è stato ampiamente utilizzato in edilizia e nell’industria. La sua pericolosità risiede nella capacità delle sue fibre, se inalate, di provocare gravi patologie a carico dell’apparato respiratorio, tra cui:
- Asbestosi: una fibrosi polmonare cronica.
- Mesotelioma pleurico: un tumore maligno che colpisce la membrana che riveste i polmoni.
- Carcinoma polmonare.
Nonostante la sua messa al bando in Italia con la legge 257 del 1992, l’enorme quantità di materiale contenente amianto ancora presente sul territorio nazionale costituisce una continua emergenza sanitaria e ambientale. La bonifica è un processo complesso e costoso, e la mancanza di una mappatura dettagliata rende ancora più difficile la prevenzione e la gestione del rischio, specialmente per categorie professionali come i vigili del fuoco, in prima linea negli interventi di emergenza.
