VICENZA – La notte e la paura, ancora una volta. Per l’imprenditore orafo vicentino Robertino Zancan, la sensazione di essere un bersaglio è diventata una drammatica costante. L’ultimo episodio, avvenuto lo scorso 19 novembre, ha visto Zancan costretto a impugnare la sua pistola e a sparare per mettere in fuga dei malviventi che stavano tentando di fare irruzione nella sua abitazione all’ora di cena. Un evento che riapre ferite mai del tutto rimarginate e solleva interrogativi profondi sulla sicurezza e il diritto alla difesa.

L’assalto all’abitazione: “Me li sono trovati in casa”

Erano circa le nove e un quarto di sera quando il sistema di videosorveglianza ha segnalato una presenza anomala all’interno della proprietà di Zancan. “Me li sono trovati dentro la mia proprietà”, ha raccontato l’imprenditore. “Stavano cercando un varco, li controllavo a vista dalle telecamere quando ho visto che hanno provato a sfondare una porta sul retro ho reagito”. La determinazione dei ladri, per nulla intimoriti dal fatto che la famiglia fosse in casa, ha spinto Zancan a una reazione drastica. I colpi di pistola esplosi dall’orafo hanno sortito l’effetto sperato: i banditi si sono dati alla fuga a mani vuote. Ma alla paura si è aggiunta la rabbia: “Non è vivere così, oltre alla paura ora c’è anche la rabbia che è la cosa più brutta che possa capitare”, ha sfogato Zancan.

Un destino segnato: i precedenti assalti

Quello del 19 novembre è solo l’ultimo di una serie di attacchi subiti da Robertino Zancan. La sua storia si intreccia indissolubilmente con uno degli episodi di cronaca più discussi degli ultimi anni in Veneto. Era il 3 febbraio 2015 quando un commando armato di kalashnikov assaltò la sua gioielleria a Ponte di Nanto. In quella circostanza, a intervenire fu il benzinaio vicino, Graziano Stacchio, che per difendere la commessa e sventare la rapina, rispose al fuoco dei criminali, uccidendone uno, Albano Cassol. La posizione di Stacchio fu poi archiviata dalla magistratura, che riconobbe la legittima difesa.

Ma la scia di violenza non si è fermata. Nell’aprile precedente all’ultimo episodio, l’azienda orafa di Zancan a Nanto era stata presa di mira da una banda specializzata. I malviventi avevano sfondato un portone con un’auto, nel tentativo di raggiungere le casseforti. Anche in quel caso, fu l’arrivo tempestivo di Zancan, allertato dall’allarme, a sventare il colpo. L’imprenditore sparò contro il gruppo, mettendolo in fuga. Tuttavia, questo gesto gli costò una denuncia per detenzione illegale d’arma, poiché il suo porto d’armi risultava scaduto.

Il dibattito sulla legittima difesa

La vicenda di Robertino Zancan si inserisce in un contesto culturale e sociale complesso, dove il confine tra vittima e indagato appare a volte labile. I ripetuti assalti subiti dall’imprenditore e la sua reazione per difendere i propri beni e l’incolumità della sua famiglia alimentano il dibattito, mai sopito, sulla legittima difesa. Da un lato, c’è il diritto inviolabile alla sicurezza e alla protezione della propria vita e della propria casa; dall’altro, un quadro normativo che deve bilanciare questo diritto con il monopolio statale dell’uso della forza, per evitare derive pericolose.

Il caso di Graziano Stacchio, diventato un simbolo per molti cittadini, e le successive disavventure giudiziarie dello stesso Zancan, evidenziano la difficoltà di applicare la legge in situazioni di estremo pericolo e stress emotivo. L’imprenditore, dopo la denuncia per il porto d’armi scaduto, aveva espresso tutta la sua frustrazione: “Mi continuo a chiedere perché! Cosa c**** dovevo fare in alternativa! Perché noi onesti dobbiamo continuare a subire le pene dell’inferno quando i farabutti continuano indisturbati!”. Parole che riecheggiano il sentimento di una parte della popolazione che si sente abbandonata e non sufficientemente tutelata dalle istituzioni.

Un futuro di incertezza e paura

Dopo l’assalto del 2015, Zancan aveva manifestato l’intenzione di chiudere la gioielleria e trasferirsi all’estero, sentendo il peso della responsabilità per la vita dei suoi dipendenti. Oggi, di fronte all’ennesima violazione della sua sfera privata, la rabbia sembra prevalere sulla rassegnazione. La sua storia è l’emblema di una sfida che la società civile e le istituzioni devono affrontare congiuntamente: garantire la sicurezza e la giustizia, affinché nessun cittadino debba più vivere nel terrore e sentirsi costretto a farsi giustizia da sé.

Di veritas

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