CATANIA – Un peschereccio è affondato nelle acque del porto di Catania, sferzato dalla violenza del ciclone “Harry” che si è abbattuto sulla Sicilia orientale. Ma quella che potrebbe sembrare una semplice cronaca di maltempo è, in realtà, la cronaca di un disastro annunciato, l’ultimo atto di una lunga storia di incuria e allarmi inascoltati. L’incidente non ha causato feriti, ma ha inferto un colpo durissimo a una famiglia di pescatori e ha scatenato l’ira della categoria, che da tempo denuncia lo stato di abbandono e di pericolo delle infrastrutture portuali.
Una barca, una vita: la disperazione del proprietario
Dietro la carcassa dell’imbarcazione sommersa c’è la storia di un giovane pescatore, erede di una famiglia che da generazioni vive del mare. Le sue parole, riportate dalla Federazione Armatori Siciliani, sono un pugno nello stomaco: “Quella barca non era soltanto un mezzo di lavoro, era il nostro punto di sostegno, la nostra sopravvivenza”. Una frase che racchiude il dramma di chi vede inabissarsi non solo un bene materiale, ma il futuro proprio e dei propri cari. Un dramma che, secondo gli addetti ai lavori, si sarebbe potuto e dovuto evitare.
Tuttavia, la vicenda si è tinta di giallo. In un primo momento, la denuncia della Federazione Armatori ha suscitato vasta eco. Successivamente, verifiche effettuate dalla Guardia Costiera hanno rivelato che l’unica imbarcazione affondata a causa del ciclone “Harry” era un peschereccio posto sotto sequestro dalla Guardia di Finanza nel 2024 per trasporto illecito di stupefacenti. Questo colpo di scena ha portato alle scuse ufficiali del presidente della Federazione, Fabio Micalizi, che ha ammesso di essersi fidato della segnalazione senza un’adeguata verifica. Nonostante l’imbarazzo, Micalizi ha ribadito con forza il problema centrale: “Il nodo della questione però è la sicurezza al porto: quando quella barca verrà dissequestrata nessuno potrà più usarla perché ora è affondata”.
La denuncia della Federazione Armatori: “Anni di segnalazioni ignorate”
L’affondamento è la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di frustrazione. Fabio Micalizi, presidente della Federazione Armatori Siciliani, non usa mezzi termini: “Da mesi, anzi, da anni segnaliamo criticità strutturali, condizioni di insicurezza, fondali e banchine non adeguatamente manutenuti, con rischi evidenti per uomini e mezzi”. Parole pesanti, che parlano di un dialogo a senso unico con le istituzioni. “Segnalazioni protocollate, note formali, richiami istituzionali. Eppure, si continua a intervenire soltanto dopo i disastri”, ha aggiunto Micalizi.
Il problema non riguarda solo Catania. L’allarme sulla sicurezza è esteso a numerosi approdi della provincia, tra cui Ognina, Aci Trezza, Santa Maria La Scala e Riposto. In queste località, l’assenza di efficaci opere di protezione, come le barriere frangiflutti, permette alle onde di invadere le banchine, minacciando imbarcazioni e persone. La Federazione denuncia uno spreco di risorse pubbliche stanziate negli anni dalla Regione Siciliana, utilizzate per interventi frammentari che non hanno risolto le criticità reali.
“Non è una fatalità”: la richiesta di giustizia e risarcimenti
Per la Federazione Armatori, quanto accaduto non può essere archiviato come una semplice fatalità legata al maltempo. È la conseguenza diretta di una negligenza protratta nel tempo. Per questo, l’associazione ha annunciato di essere pronta a intraprendere azioni legali. “Chi pagherà ora i danni? Chi risponderà di una barca affondata dentro un porto, luogo che dovrebbe essere per definizione rifugio sicuro e non teatro di incidenti annunciati?” si legge in una nota. La Federazione si riserva di scrivere al Prefetto di Catania e di avanzare una formale richiesta di risarcimento per i danni subiti, sottolineando che “l’affondamento di un peschereccio non è una fatalità”.
L’eco della protesta ha raggiunto anche il governo regionale. Il presidente Renato Schifani ha parlato di danni gravissimi su oltre 100 chilometri di litorale ionico, stimando un impatto economico di oltre mezzo miliardo di euro e annunciando la richiesta dello stato di emergenza nazionale. Ma per i pescatori, che convivono quotidianamente con il pericolo, le promesse non bastano più. Serve un cambio di passo, interventi strutturali e, soprattutto, l’accertamento delle responsabilità per evitare che il mare, fonte di vita, continui a trasformarsi in un cimitero di sogni e sacrifici.
