L’inizio del 2026 si sta rivelando un periodo di altissima tensione per i mercati finanziari globali, scossi da una nuova ondata di protezionismo e incertezza geopolitica. A innescare la tempesta sono state le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha minacciato di imporre dazi punitivi fino al 200% su prodotti simbolo del “made in France” come vino e champagne. Una mossa che ha immediatamente provocato un’ondata di vendite sulle piazze finanziarie mondiali, da Wall Street all’Europa, alimentando i timori di una nuova e pericolosa guerra commerciale.
La reazione dei mercati è stata violenta e diffusa, dipingendo un quadro di avversione al rischio generalizzata. Wall Street ha subito una pesante frenata, con i principali listini in calo di oltre il 2% e l’indice S&P 500 che ha azzerato i guadagni accumulati da inizio anno. A testimonianza del nervosismo degli investitori, l’indice di volatilità VIX, noto anche come “indice della paura”, è schizzato sopra quota 20, raggiungendo i livelli massimi da novembre. L’eco delle vendite ha attraversato l’Atlantico, colpendo duramente anche le borse europee, con i settori del lusso e dell’automotive particolarmente penalizzati. LVMH, il colosso francese del lusso, ha ceduto il 2,2%, mentre Stellantis ha registrato un calo dell’1,69%.
La Miccia Geopolitica: da Gaza alla Groenlandia
Ma cosa ha scatenato una reazione così dura da parte dell’amministrazione americana? La radice delle tensioni affonda in un complesso intreccio di questioni geopolitiche. Il casus belli principale sembra essere il rifiuto della Francia di aderire al “Board of Peace” per Gaza, un nuovo organismo per la ricostruzione dell’area promosso da Trump, che vedrebbe tra gli invitati anche il presidente russo Vladimir Putin. L’Eliseo ha definito la proposta problematica e potenzialmente in conflitto con il ruolo delle Nazioni Unite, provocando l’ira di Trump. “Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà,” avrebbe dichiarato il presidente USA, in un commento che ha umiliato il presidente francese Macron.
A questo si aggiunge un altro fronte di scontro, non meno importante: le ambizioni, mai celate, di Trump di acquistare la Groenlandia, territorio autonomo danese. Le recenti esercitazioni militari di otto paesi europei, tra cui la Francia, sull’isola artica, sono state viste da Washington come una provocazione, portando alla minaccia di dazi generalizzati contro le nazioni coinvolte. L’Unione Europea, per bocca della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha promesso una risposta “risoluta, proporzionata e unita”, mentre il Parlamento Europeo ha già sospeso un accordo commerciale con Washington in segno di protesta.
La Fuga dai Rischio e la Corsa ai Beni Rifugio
In questo clima di incertezza, gli investitori hanno abbandonato gli asset considerati più rischiosi per rifugiarsi nei cosiddetti “porti sicuri”. Questa dinamica ha avuto effetti evidenti su diversi mercati:
- Mercato Valutario: Il dollaro americano, solitamente bene rifugio, questa volta ha perso terreno a causa dell’origine “interna” della crisi. L’euro si è apprezzato dello 0,9% sulla valuta statunitense.
- Materie Prime: L’oro ha continuato la sua inarrestabile ascesa, aggiornando i massimi storici e superando la soglia dei 4.700 dollari l’oncia, confermando il suo status di bene rifugio per eccellenza. Anche il petrolio ha registrato un rialzo, superando i 60 dollari al barile.
- Criptovalute: Neanche il mondo delle valute digitali è rimasto immune, con il Bitcoin sceso sotto la soglia dei 90.000 dollari.
- Mercato Obbligazionario: Si è assistito a un aumento generalizzato dei rendimenti dei titoli di Stato. I rendimenti dei Treasuries americani sono saliti, mentre in Italia il BTP a 10 anni ha visto il suo “yield” riportarsi in area 3,5%, con lo spread rispetto ai titoli tedeschi in leggero aumento.
Le Voci degli Analisti: tra Preoccupazione e Fiducia negli USA
Gli analisti finanziari navigano a vista in un contesto definito da più parti “schizofrenico”. Da un lato, si diffonde un sentimento di “sell America”, ovvero la tendenza a vendere asset statunitensi in un contesto di avversione al rischio globale. Molti consigliano di aumentare le coperture e diversificare verso porti sicuri. Dall’altro, però, dal World Economic Forum di Davos, dove è atteso lo stesso Trump, arrivano voci di fiducia nella tenuta dell’economia a stelle e strisce. “Diversificare lontano dall’America è impossibile”, ha dichiarato Sergio Ermotti, CEO di UBS. Gli fa eco Vis Raghavan di Citigroup, secondo cui “gli Stati Uniti sono l’economia più forte al mondo, non ci scommetterei contro”. Questa dualità di vedute riflette la profonda incertezza che domina i mercati: se le azioni imprevedibili di Trump possono creare volatilità a breve termine, la forza strutturale dell’economia americana rimane un punto fermo per molti investitori.
