Washington D.C. – Un nuovo fronte di scontro diplomatico ed economico si è aperto tra Stati Uniti e Francia, con al centro la ricostruzione di Gaza e le relazioni personali, sempre più tese, tra i presidenti Donald Trump ed Emmanuel Macron. La miccia è stata innescata dal rifiuto di Parigi di aderire al “Board of Peace”, un nuovo organismo internazionale promosso dall’amministrazione americana per gestire la fase post-conflitto nella Striscia di Gaza. La reazione di Trump non si è fatta attendere: una minaccia di dazi punitivi fino al 200% su prodotti simbolo dell’export francese come vino e champagne, accompagnata da commenti caustici e attacchi personali diretti al capo dell’Eliseo.
Il “Board of Peace”: un’alternativa all’ONU?
Il “Board of Peace” è stato concepito dall’amministrazione Trump come uno strumento centrale nel suo piano in 20 punti per la pacificazione e ricostruzione di Gaza. L’organismo, che secondo Washington dovrebbe “svolgere un ruolo essenziale” nel supervisionare la transizione dalla guerra alla pace, si discosta notevolmente dai tradizionali modelli di multilateralismo incarnati dalle Nazioni Unite. La sua struttura ibrida prevede la partecipazione non solo di rappresentanti statali, ma anche di figure del mondo finanziario e imprenditoriale. Tra i nomi circolati figurano, oltre allo stesso Trump come presidente, l’ex premier britannico Tony Blair, il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e l’AD di Apollo Global Management Marc Rowan.
Tuttavia, il progetto ha sollevato non poche perplessità in Europa. La Francia, in particolare, ha espresso forti riserve, motivando il suo probabile diniego con la preoccupazione che lo statuto del Board “vada oltre il solo quadro di Gaza” e metta in discussione “i principi e la struttura delle Nazioni Unite”. Fonti vicine all’Eliseo hanno sottolineato come il rispetto per l’ONU e il diritto internazionale non possano essere messi in discussione. A pesare sulla decisione di molti Paesi, inclusa la Francia, è anche la controversa clausola “pay to join”: per ottenere un seggio permanente nel consiglio è richiesto un contributo di almeno un miliardo di dollari. Questa logica, definita da alcuni analisti come “capitalismo clientelare trumpiano”, segna una rottura netta con il principio di uguaglianza giuridica degli Stati che fonda le Nazioni Unite.
La reazione di Trump: tra dazi e attacchi personali
Il rifiuto francese ha scatenato l’ira di Donald Trump, che ha risposto con il suo stile diretto e aggressivo. “Beh, nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così”, ha dichiarato ai giornalisti, riferendosi a Macron. Ha poi lanciato la sua arma economica preferita: la minaccia tariffaria. “Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà” al board, ha affermato il presidente USA, aggiungendo poi: “ma non è obbligato a farlo”.
Non contento, Trump ha alzato il livello dello scontro pubblicando sul suo social network, Truth Social, degli screenshot di messaggi privati scambiati con Macron. Nei messaggi, confermati come autentici dall’Eliseo, il presidente francese proponeva un incontro del G7 a Parigi per discutere di varie crisi internazionali, tra cui la Siria, l’Iran e le mire statunitensi sulla Groenlandia, un altro punto di frizione tra i due leader. La mossa di Trump è stata interpretata come un tentativo di mettere in imbarazzo il collega francese e di esporre una presunta incoerenza.
Un contesto di tensioni crescenti
L’episodio si inserisce in un quadro di relazioni transatlantiche sempre più complesse. La minaccia dei dazi non è isolata ma si lega anche alle divergenze sulla questione della Groenlandia, territorio autonomo danese su cui Trump ha manifestato interesse all’acquisto, provocando l’irritazione di diversi Paesi europei. La Francia, insieme ad altre nazioni europee, ha criticato duramente la posizione americana, definendola “ricatto” e riaffermando la necessità di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale.
La risposta europea alle minacce di Trump è stata ferma. Fonti dell’Eliseo hanno definito le minacce tariffarie “inaccettabili e inefficaci”. Anche a Bruxelles la tensione è palpabile. Il presidente del Partito Popolare Europeo (PPE), Manfred Weber, ha evocato la possibilità che l’Eurocamera sospenda l’intesa sulle tariffe con gli Stati Uniti, segnalando che uno scontro bilaterale potrebbe rapidamente trasformarsi in una frizione tra USA e UE. Lo stesso Macron, intervenendo al World Economic Forum di Davos, ha respinto le “pressioni commerciali aggressive” e ha affermato che l’UE “non dovrebbe esitare” a utilizzare i propri strumenti anti-coercizione.
Questa escalation di tensioni evidenzia un approccio alla politica estera da parte dell’amministrazione Trump che privilegia gli atti di forza e la pressione economica rispetto alla diplomazia tradizionale, mettendo a dura prova la tenuta delle alleanze storiche. Mentre alcuni Paesi come Ungheria e Argentina hanno già dato la loro adesione al Board of Peace, la maggior parte delle nazioni europee resta scettica, divisa su come rispondere a quella che viene vista sempre più come una sfida all’ordine multilaterale consolidato.
