Una scia di sangue e mistero che si dipana per migliaia di chilometri, da Prato fino alle autostrade ungheresi, epicentro della rotta balcanica dell’immigrazione clandestina. È la trama oscura dell’omicidio di Ijaz Ashraf, un cittadino pakistano di 27 anni, il cui corpo senza vita è stato rinvenuto il 6 settembre 2023 tra i rovi lungo l’autostrada M7 in Ungheria. Un caso che, partito come la denuncia di una scomparsa, si è trasformato in un’intricata indagine per omicidio ed estorsione che affonda le sue radici nel torbido mondo del traffico di esseri umani. A coordinare le indagini è la Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, che ha iscritto nel registro degli indagati uno dei due connazionali che avevano denunciato la scomparsa della vittima.
La denuncia e i primi sospetti
Tutto ha inizio il 6 settembre 2023, quando due cittadini pakistani, che le autorità hanno denominato Alfa e Beta per proteggerne l’identità in questa fase delle indagini, si presentano spontaneamente alle forze dell’ordine di Prato per denunciare la scomparsa del loro amico e connazionale, Ijaz Ashraf. Ai inquirenti raccontano una storia allarmante: Ashraf, residente a Prato con regolare permesso di soggiorno, sarebbe coinvolto in un’attività di trasporto di migranti clandestini dall’Ungheria verso l’Italia, l’Austria e la Germania. Un’attività redditizia, gestita a bordo di una Mercedes Classe C, ma anche estremamente pericolosa.
I due denuncianti riferiscono di un violento litigio scoppiato tra Ashraf e un complice per questioni economiche. La vittima, a loro dire, si sentiva truffata e pretendeva la sua parte dei guadagni, minacciando di vendere l’auto utilizzata per i trasporti illeciti. Raccontano di aver visto Ashraf per l’ultima volta la sera del 4 settembre, spaventato e intimorito dopo aver ricevuto minacce di morte tramite messaggi e telefonate. Una versione dei fatti che, però, inizia a scricchiolare sotto il peso delle successive scoperte investigative.
Le indagini: tabulati telefonici e testimonianze
La svolta nelle indagini arriva dall’analisi meticolosa dei tabulati telefonici. Mentre il cellulare di Ijaz Ashraf risulta acceso per l’ultima volta il 5 settembre 2023 sull’autostrada Firenze-Bologna, dopo una visita a un amico a Ferrara a cui era apparso molto spaventato, i movimenti dei telefoni dei due denuncianti raccontano una storia ben diversa. In particolare, il cellulare di uno di loro viene agganciato dalle celle telefoniche in un percorso che da Prato lo porta in Slovenia e poi in Ungheria, proprio nella notte tra il 5 e il 6 settembre, per poi rientrare in Italia la mattina successiva. Una coincidenza temporale e geografica troppo precisa per essere ignorata, che colloca il denunciante sulla scena del crimine o nelle sue immediate vicinanze nel momento cruciale.
A gettare ulteriori ombre sulla posizione di uno dei denuncianti è una testimonianza chiave raccolta a Prato. Un conoscente comune avrebbe ricevuto la confidenza diretta dall’indagato di aver ucciso Ashraf e di averne poi abbandonato il corpo. Questa confessione, unita ai dati dei tabulati, ha portato la Procura a ipotizzare che l’omicidio possa essere stato commesso a Prato, e che il corpo sia stato successivamente trasportato e abbandonato in Ungheria per depistare le indagini.
Il movente: un regolamento di conti nel traffico di esseri umani
L’ipotesi più accreditata dagli inquirenti è quella di un regolamento di conti maturato all’interno dell’organizzazione criminale dedita al traffico di migranti. Un business che, partendo dalle periferie industriali di Prato, muove un flusso costante di manodopera a basso costo verso il cuore dell’Europa. I dissidi economici, la lotta per il controllo delle rotte e la spartizione dei profitti avrebbero innescato una spirale di violenza culminata nell’omicidio di Ijaz Ashraf.
La vittima, strangolata con un cavo elettrico di plastica, sarebbe stata eliminata per motivi economici e per mantenere il controllo sulle rotte migratorie. Un’amicizia tradita, un affare sporco finito nel sangue, che svela il lato più brutale di un fenomeno, quello dell’immigrazione clandestina, spesso alimentato da organizzazioni senza scrupoli che sfruttano la disperazione di chi cerca una vita migliore.
Le indagini proseguono per chiarire l’esatta dinamica del delitto e il coinvolgimento di eventuali altri complici. I due denuncianti, entrambi indagati, sono al momento a piede libero e ricercati, e potrebbe essere necessaria una rogatoria internazionale per procedere con eventuali misure cautelari. Un’inchiesta complessa, che attraversa i confini nazionali e che getta una luce sinistra sulle connessioni tra la criminalità locale e le reti transnazionali del traffico di esseri umani.
