Il fruscio delle palme lungo la Corniche, il profumo inebriante di gelsomino e legno di Agar che si mescola all’aroma del caffè nei locali alla moda, una babele di lingue e culture che convivono in un’apparente, magica armonia. Questo è Il Cairo del 1940, una città luminosa e vibrante, ultimo baluardo di un mondo cosmopolita destinato a svanire tra le sabbie della storia. È in questo scenario da sogno, così vivido da sembrare un ricordo personale, che Denise Pardo, giornalista e scrittrice nata proprio nella capitale egiziana, ambienta il suo ultimo, intenso romanzo: “Tornare al Cairo” (Neri Pozza). Un’opera che, attraverso il filtro di una tormentata storia d’amore, dipinge il ritratto di un’epoca cruciale e la fine di una civiltà.
Un amore al confine tra due mondi
La protagonista, Kate Lambert, è una giovane donna inglese, bionda e curiosa, che giunge al Cairo con il padre diplomatico, lasciandosi alle spalle una Londra cupa, già avvolta dai venti di guerra. Per lei, l’Egitto è una folgorazione, una promessa di libertà e scoperta. La sua fame di vita la porta oltre i confini dorati della comunità straniera, tra i vicoli polverosi e i mercati affollati, dove la vera anima della città pulsa indomita. È qui che il suo destino si incrocia con quello di Hafez, rampollo di una ricca famiglia locale, educato in Inghilterra ma profondamente legato alle sue radici. Tra i due scoppia una passione travolgente, un “terremoto che li trova impreparati”, come scrive l’autrice. Ma il loro amore è una frontiera, un punto di collisione tra due universi inconciliabili. Lui, pur vestendo all’occidentale e parlando un perfetto inglese, è un uomo del suo tempo e del suo paese, cresciuto “come un re” e non disposto a fare sconti alle donne. Lei, un’inglese cristiana, incarna quella libertà che Hafez, segretamente legato ai circoli nazionalisti che preparano la rivoluzione, combatte a livello politico. Il loro legame diventa così metafora di un dialogo impossibile, un microcosmo delle tensioni che stanno per lacerare il paese.
Il crepuscolo di un’era: l’Egitto in fiamme
Il vero cuore del romanzo, ciò che lo eleva al di sopra di una semplice cronaca sentimentale, è la magistrale ricostruzione del contesto storico. La narrazione si snoda lungo un decennio cruciale, che vede il declino del regno di Re Farouk I, un sovrano amante più della dolce vita che della politica, la cui corte corrotta aveva permesso il prosperare di una società cosmopolita ma profondamente diseguale. L’amore tra Kate e Hafez fiorisce in questa atmosfera decadente, tra gli alberghi sfarzosi come lo Shepheard’s Hotel e le raffinate pasticcerie come Groppi, simboli di un’eleganza che sarà presto spazzata via. Pardo, con l’occhio acuto della giornalista d’inchiesta, descrive il crescente fermento nazionalista, il sentimento anti-britannico che cova sotto la cenere e che esploderà nella Rivoluzione dei Liberi Ufficiali del 1952. Hafez è uno di quegli uomini, vicino al carismatico colonnello Gamal Abdel Nasser, destinato a diventare il nuovo leader dell’Egitto. La nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956 segnerà il definitivo tramonto dell’influenza coloniale e la fine di quel mondo interrazziale e interreligioso che aveva reso uniche Il Cairo e Alessandria.
Da “La casa sul Nilo” a un affresco universale
“Tornare al Cairo” è considerato l’ideale proseguimento del precedente romanzo di Denise Pardo, “La casa sul Nilo” (2022), un’opera dal forte carattere autobiografico in cui l’autrice raccontava la storia della sua famiglia e la fuga dall’Egitto nel 1961. Se il primo libro era un memoir intimo, questo nuovo lavoro allarga lo sguardo, passando dall’io narrante a un affresco corale. La famiglia della scrittrice appare come comprimaria, ma il focus si sposta sulla storia di Kate, un personaggio di finzione che permette di esplorare con maggiore libertà le contraddizioni di un’intera società. Rimane centrale il tema della perdita, della nostalgia per un “dialogo fra civiltà” che la storia ha reso impossibile. Come ha dichiarato la stessa autrice, l’atmosfera del romanzo è frutto dei “vividi ricordi di una bambina” mescolati ai racconti familiari, una memoria affettiva che si fa potente strumento di narrazione storica.
Le donne, vere protagoniste del cambiamento
In questo scenario dominato da rivolgimenti politici e da figure maschili, sono le donne le vere, silenziose protagoniste. Kate, con la sua lotta per affermare la propria identità e il proprio amore contro le convenzioni sociali e culturali, rappresenta una modernità che si scontra con una tradizione patriarcale radicata. Il suo rifiuto di fronte alla proposta di Hafez – convertirsi, cambiare nome e nazionalità per poterlo sposare – è un atto di autoaffermazione potente e doloroso. Attraverso i suoi occhi, osserviamo anche le altre donne: le coetanee della borghesia egiziana a cui insegna l’inglese, le europee che animano la vita mondana, figure che, pur in modi diversi, si trovano a navigare le acque agitate di un mondo in trasformazione, cercando il proprio spazio tra le maglie strette del potere maschile e del cambiamento politico.
In definitiva, “Tornare al Cairo” è un romanzo ricco e stratificato, una lettura che avvince con la forza di una grande passione e, al tempo stesso, educa e fa riflettere. Denise Pardo ci consegna non solo la storia di un amore impossibile, ma il racconto struggente della fine di un mondo, un monito su come le grandi correnti della Storia possano travolgere i destini individuali e sulla perenne, dolorosa bellezza dei ricordi di un paradiso perduto.
