CROTONE – “Cominciare a pensare a una exit strategy”. Una frase che pesa come un macigno sulla tragedia di Cutro, dove il 26 febbraio 2023 persero la vita 94 persone, tra cui 35 bambini, nel naufragio del caicco “Summer Love”. Queste parole, emerse da una serie di messaggi e audio scambiati tra ufficiali della Guardia di Finanza, gettano un’ombra inquietante sulla gestione dei soccorsi in quella notte fatale. I contenuti, rivelati dalla trasmissione di Rai 3 “Il Cavallo e la Torre”, sono ora agli atti dell’inchiesta della Procura di Crotone e descrivono un vero e proprio “brainstorming” volto a costruire una linea difensiva comune per giustificare i ritardi nell’intervento.

Il contenuto delle chat e gli attori coinvolti

Le conversazioni, acquisite dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Crotone, risalgono al 3 marzo 2023, pochi giorni dopo la strage. I protagonisti dello scambio di messaggi sono figure chiave nella catena di comando di quella notte: il comandante del Gruppo Aeronavale (Gan) di Taranto, Nicolino Vardaro (imputato nel procedimento sui ritardi nei soccorsi), e il suo vice, Pierpaolo Atzori (non imputato). Nei messaggi, Atzori riferisce a Vardaro un suggerimento ricevuto “a titolo di amicizia” da Alberto Lippolis, comandante del Reparto Operativo Aeronavale (Roan) di Vibo Valentia (anch’egli indagato), ovvero quello di iniziare a preparare una “exit strategy” in vista delle inevitabili indagini.

L’obiettivo, come emerge chiaramente dalle trascrizioni, era quello di “convergere tutti verso una… una decisione comune” prima che gli inquirenti iniziassero a esaminare le procedure. Un monito esplicito riportato nei messaggi era: “Cominciate a fare un brainstorming su queste due ipotesi perché poi quelli vanno, andranno a guardare tutto”.

I due punti critici da giustificare

Le conversazioni si concentravano su due nodi cruciali che la Procura considera determinanti per comprendere la dinamica del mancato soccorso. Gli ufficiali cercavano una spiegazione plausibile per:

  • Il ritardo nell’uscita del pattugliatore: Perché, dopo l’allarme lanciato dall’aereo Eagle di Frontex alle 23:26, il pattugliatore d’altura P.V. 9 “Barbarisi” è salpato solo alle 02:30, con un ritardo quantificato dagli investigatori in 2 ore e 40 minuti?
  • Il mancato invio di un mezzo aereo: Perché non è stato inviato un elicottero (“mezzo ad ala rotante”) per monitorare la situazione dall’alto, un’azione che avrebbe potuto fornire informazioni vitali sulla condizione dell’imbarcazione?

Le giustificazioni ipotizzate e la contestazione del GIP

Per giustificare il “delay” del pattugliatore, la linea difensiva ipotizzata nelle chat era di sostenere che l’uscita fosse stata posticipata per valutare “per bene le condizioni meteo in atto e quelle future”. Vardaro, rispondendo al collega, ha affermato di aver basato la sua decisione su un “calcolo cinematico” dell’arrivo del caicco e sulla volontà di non “stressare gli equipaggi mettendo anche a repentaglio la sicurezza dell’unità navale”. Per quanto riguarda il mancato decollo dell’elicottero, le motivazioni fornite da Vardaro includevano la chiusura notturna dell’aeroporto di Grottaglie, l’assenza dell’equipaggio e la manutenzione della piazzola di atterraggio.

Tuttavia, queste giustificazioni non hanno convinto i magistrati. Il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) contesta a Vardaro di aver ordinato la navigazione solo alle 02:05 anziché immediatamente dopo l’allarme, definendo la sua una “precisa e negligente scelta operativa”. Secondo l’accusa, questa decisione ha impedito di intercettare l’imbarcazione in sicurezza, lasciando che si dirigesse verso un “approdo insicuro” dove poi si è consumata la tragedia, sgretolandosi contro una secca a poche decine di metri dalla costa.

Il processo e le accuse

Il processo per il naufragio di Cutro vede imputati sei militari: quattro della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera. Le accuse formulate dalla Procura di Crotone sono pesantissime: naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. L’inchiesta mira a far luce su quella che viene definita una “catena di negligenze e sottovalutazioni”. Un punto centrale dell’accusa è la decisione di classificare l’intervento come un’operazione di law enforcement (contrasto all’immigrazione clandestina), coordinata dalla Guardia di Finanza, anziché attivare immediatamente un’operazione di Search and Rescue (SAR – ricerca e soccorso), che avrebbe avuto come priorità assoluta la salvaguardia della vita umana in mare.

Queste nuove rivelazioni, emerse a pochi giorni dall’inizio del processo, riaccendono il dibattito sulle responsabilità istituzionali e politiche dietro una delle più gravi tragedie del Mediterraneo, una ferita ancora aperta per la Calabria e per l’intero Paese.

Di veritas

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