Torino – Un’aula universitaria gremita, un’altra collegata in streaming per contenere l’afflusso e delegazioni giunte da ogni angolo d’Italia. Non è stato un funerale, ma un atto di rilancio politico quello andato in scena al Campus Einaudi di Torino, dove si è tenuta l’assemblea nazionale promossa dal centro sociale Askatasuna dopo lo sgombero della storica sede di Corso Regina Margherita, avvenuto lo scorso 18 dicembre. Un evento che ha trasformato una sconfitta in un’occasione per chiamare a raccolta il mondo dell’antagonismo e dei movimenti sociali, con un obiettivo chiaro: costruire un fronte comune contro quello che viene definito “l’attacco del governo Meloni”.

La risposta allo sgombero: “Colpire chi dissente”

Nelle parole dei portavoce di Askatasuna, Stefano, Ludovica e Umberto, risuona la convinzione che lo sgombero non sia un episodio isolato, ma parte di una strategia più ampia. “Pensiamo che ci sia un’intenzione chiara di colpire chi dissente, chi alza la testa e chi lo ha fatto in questi mesi”, hanno dichiarato, collegando l’azione contro il loro centro sociale agli arresti seguiti alle manifestazioni per la Palestina. L’assemblea, quindi, è stata convocata per “discutere e organizzarci per dare una risposta all’attacco che il governo sta portando avanti contro i giovani e i movimenti sociali”. Un’analisi condivisa dalle centinaia di partecipanti che hanno affollato l’aula da 400 posti concessa dall’Università di Torino, costringendo gli organizzatori ad allestire una seconda sala per la diretta streaming.

Una platea nazionale per un’opposizione sociale

La risposta alla chiamata di Askatasuna è stata massiccia e trasversale. A Torino sono arrivate delegazioni da realtà storiche come lo Spin Time e il Quarticciolo di Roma, il Labas di Bologna e il Leoncavallo di Milano. Ma la partecipazione si è estesa ben oltre il circuito dei centri sociali, coinvolgendo rappresentanti di Arci, del movimento No Tav, e di sindacati di base come Usb e Cobas. “Ci sono un po’ tutti – hanno spiegato gli organizzatori – quello che è successo a Torino ha sollevato una grande mobilitazione”. L’ambizione emersa dal dibattito, durato oltre cinque ore con più di cinquanta interventi, è quella di creare un “ponte tra le mobilitazioni per la Palestina, gli scioperi e ciò che può diventare un grande movimento di opposizione sociale al governo Meloni”.

La locandina dell’evento, firmata dal fumettista Zerocalcare, recita “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana”, a sottolineare il legame con la storia antifascista della città.

Prossima tappa: il corteo nazionale del 31 gennaio

L’assemblea non è stata solo un momento di analisi, ma soprattutto di organizzazione. L’appuntamento cruciale è fissato per il 31 gennaio, quando a Torino si terrà una manifestazione nazionale che si preannuncia come una prova di forza. “Il 31 gennaio vogliamo prenderci la città”, è stato uno degli slogan ripetuti con forza. L’intenzione è quella di dare vita a un corteo “capillare”, con tre punti di partenza distinti – le stazioni di Porta Nuova e Porta Susa e l’area di Palazzo Nuovo – per attraversare e occupare simbolicamente il tessuto urbano. Un evento che, nelle intenzioni dei promotori, dovrà essere una “mobilitazione popolare” aperta a tutti coloro che non si rassegnano a “chinare la testa”.

Un percorso in costruzione

Se l’obiettivo a breve termine è la riuscita della manifestazione di fine mese, la prospettiva a lungo termine è ancora tutta da scrivere. “Questo non lo decidiamo oggi. Non sappiamo dire come finirà, sappiamo solo come inizia”, hanno precisato gli autonomi riguardo alla possibile nascita di un nuovo movimento strutturato. L’assemblea del Campus Einaudi si configura quindi come l’avvio di un percorso, un momento di confronto per “dare forza e continuità” a un dissenso che cerca nuove forme di espressione e di lotta. Un percorso che, dopo la perdita di uno spazio fisico durato quasi trent’anni, riparte dalle idee e dalla volontà di continuare a essere una voce critica nel panorama politico e sociale italiano.

Di veritas

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