Berlino si accende delle luci del cinema europeo per la cerimonia degli European Film Awards, gli Efa, e tra i protagonisti più attesi brilla il nome di Valeria Bruni Tedeschi. L’attrice e regista, con il suo inconfondibile misto di ironia e profondità, ha incontrato la stampa internazionale, regalando spunti di riflessione che spaziano dall’arte alla vita, dal passato al futuro. Candidata come miglior attrice protagonista per la sua intensa interpretazione in ‘Duse’ di Pietro Marcello, la Bruni Tedeschi ha scherzato sulla confusione della madre, convinta di una sua nomination agli Oscar, per poi immergersi in un dialogo denso e appassionato.

Eleonora Duse: un’icona europea contro il potere

Il cuore dell’incontro è stata la sua riflessione su Eleonora Duse, la “Divina” del teatro, personaggio che ha incarnato con straordinaria aderenza nel film biografico diretto da Pietro Marcello. “Era una rappresentante ante litteram della cultura europea”, ha affermato l’attrice, sottolineando come la Duse attraversasse l’intero continente e persino l’America recitando in italiano, un simbolo di un’arte senza confini. Il film si concentra sull’ultima fase della vita dell’attrice, tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l’ascesa del fascismo, un periodo di profondi cambiamenti sociali e politici.

Particolarmente significativo, nel racconto della Bruni Tedeschi, è l’episodio dell’incontro tra la Duse e Mussolini, durante il quale l’attrice indossa una parrucca rossa. Un gesto che, secondo l’interprete, nasconde un messaggio potente: “Non si devono avere contatti con il potere. Lei stessa sapeva che nessun artista riesce a vincere con un dittatore, l’arte può solo fare resistenza in maniera sotterranea e contando sull’empatia“. Una lezione, questa, che risuona con forza nel nostro presente, un monito sulla necessaria indipendenza dell’espressione artistica di fronte a ogni forma di autoritarismo.

Femminismo, corpo e verità: una battaglia quotidiana

Interrogata sulla sfida di interpretare un personaggio invecchiato, Valeria Bruni Tedeschi ha risposto con una fermezza che è essa stessa una dichiarazione politica. “Invecchiare per interpretare la Duse non mi è costata nessuna fatica, fare un personaggio per me è sempre un gioco e mai una vergogna”. Per lei, mostrare i segni del tempo sul grande schermo è un atto femminista: “Le battaglie femministe più vere sono per l’equiparazione del salario, per cambiare un certo tipo di linguaggio e, soprattutto, per destrutturare il patriarcato“.

Un femminismo che si nutre di gesti concreti e di una continua messa in discussione dei modelli imposti, un invito a riappropriarsi del proprio corpo e della propria storia senza timori. Un percorso di consapevolezza che, per l’attrice, passa anche attraverso la rilettura del proprio passato.

Il coraggio di parlare: dagli abusi alla cancel culture

Con una sincerità disarmante, l’attrice ha toccato un tema personale e doloroso: gli abusi subiti da bambina. Ha raccontato di non provare rabbia verso la madre per non aver compreso la gravità di quanto accaduto, contestualizzando l’episodio in un’epoca in cui “i codici erano diversi”. “Per i miei genitori non era così grave, anche se per me era gravissimo“, ha confessato, offrendo uno spaccato intimo sulla difficoltà di elaborare un trauma e sulla necessità di comprendere le dinamiche sociali e culturali che spesso circondano il silenzio.

Questo sguardo critico ma non censorio sul passato si riflette anche nella sua posizione sulla cancel culture. “Non sono d’accordo”, ha dichiarato con nettezza, portando l’esempio della figlia che vorrebbe “cancellare Picasso per il suo rapporto con le donne”. Per la Bruni Tedeschi, la strada non è la rimozione, ma il dialogo: “Non si può mettere tutto dentro la spazzatura, bisogna dialogare non cancellare“. Un appello a confrontarsi con le complessità e le contraddizioni della storia e dell’arte, senza cedere a facili semplificazioni.

Un nuovo capitolo a Torino: un film sulle dipendenze ispirato a Don Ciotti

Lo sguardo di Valeria Bruni Tedeschi è però costantemente proiettato al futuro. Ha annunciato il suo prossimo film da regista, che girerà nella sua città natale, Torino. La scintilla, ha rivelato con un sorriso, potrebbe essere stata “l’effetto Zalone”, ma il tema è di grande impegno civile e sociale. Il film racconterà una storia di dipendenze ambientata in un centro ispirato a quello fondato da Don Luigi Ciotti.

Una scelta che affonda le radici in una dolorosa esperienza personale: “Da ragazza ho avuto un fidanzato morto di overdose e so che le strutture che aiutano a disintossicarsi sono luoghi importantissimi”. Un cinema, il suo, che non teme di affrontare le fragilità umane, cercando di illuminare le zone d’ombra della nostra società con empatia e speranza.

Spiritualità, cioccolata e l’arte di chiedere

In un finale più intimo e quasi surreale, l’attrice ha condiviso una riflessione sulla sua spiritualità, un rapporto con la fede fatto di richieste e piccole, umane debolezze. Ha raccontato di ritrovarsi a pregare davanti al portone di una chiesa chiusa a Parigi, per poi cedere alla tentazione di un cioccolatino nel negozio vicino. “Non è una bella cosa pregare e poi mangiare il cioccolato e invece ogni volta ci casco“, ha ammesso con autoironia, svelando un lato vulnerabile e autentico che la rende ancora più vicina al suo pubblico.

Dalle vette del teatro europeo ai vicoli di Parigi, dalle battaglie femministe al cinema d’impegno, Valeria Bruni Tedeschi si conferma un’artista totale, capace di intrecciare con maestria il filo dell’arte e quello della vita, in un racconto che è, al tempo stesso, profondamente personale e meravigliosamente universale.

Di euterpe

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