Damasco – Una svolta storica che potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per la Siria. Il presidente del governo di transizione, Ahmed al-Sharaa, e il comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a maggioranza curda, Mazloum Abdi, hanno siglato un accordo cruciale che stabilisce un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti. L’intesa, annunciata il 18 gennaio 2026, non si limita a silenziare le armi dopo settimane di intensi combattimenti nel nord-est del Paese, ma delinea un percorso complesso per la riunificazione nazionale che include l’integrazione delle forze curde nell’esercito siriano e il ritorno sotto il controllo statale di territori chiave.
L’accordo, frutto di intensi negoziati e mediato con il favore degli Stati Uniti, rappresenta un passo fondamentale verso la stabilizzazione di una nazione devastata da oltre un decennio di guerra civile, culminata con la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Per il nuovo leader siriano Ahmed al-Sharaa, l’intesa è un pilastro per la riaffermazione della sovranità di Damasco su tutto il territorio nazionale.
I punti chiave dell’accordo
Il patto, articolato in quattordici punti secondo fonti della presidenza siriana, affronta nodi politici e militari di eccezionale complessità. I termini principali prevedono:
- Integrazione militare: Le Forze Democratiche Siriane e le relative forze di sicurezza curde verranno gradualmente integrate nei ministeri della Difesa e dell’Interno del governo siriano. Questo implica di fatto lo scioglimento delle SDF come forza armata autonoma, un cambiamento epocale per le milizie che, con il supporto americano, sono state protagoniste della lotta contro lo Stato Islamico (ISIS).
- Cessione territoriale: Le SDF si impegnano a consegnare immediatamente l’amministrazione civile e militare delle province di Deir Ezzor e Raqqa, aree strategiche ricche di risorse petrolifere e agricole. Per altre aree a maggioranza curda, come Hasakah e Kobane, è previsto un processo di integrazione più graduale.
- Gestione dei prigionieri dell’ISIS: La responsabilità delle carceri e dei campi di detenzione che ospitano decine di migliaia di ex combattenti dell’ISIS e le loro famiglie, finora gestiti dai curdi, passerà interamente al governo centrale di Damasco. Si tratta di una questione di enorme rilevanza per la sicurezza regionale e internazionale.
- Controllo delle risorse: Damasco riprenderà il pieno controllo dei valichi di frontiera e dei giacimenti di petrolio e gas, risorse economiche vitali che avevano sostenuto l’amministrazione autonoma curda.
- Riconoscimento culturale: In un gesto di apertura, il presidente al-Sharaa aveva già firmato nei giorni precedenti un decreto che riconosce alcuni diritti culturali e linguistici, tra cui l’uso del curdo come lingua ufficiale.
Il contesto: dalla caduta di Assad alla nuova diplomazia
L’accordo si inserisce in un quadro geopolitico radicalmente trasformato. Ahmed al-Sharaa, noto anche con il nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani, è il leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo che ha guidato l’offensiva che ha portato alla caduta di Damasco. Dalla presa del potere, al-Sharaa ha avviato un processo per accreditarsi sulla scena internazionale come una figura moderata, capace di unificare il Paese e dialogare con l’Occidente, prendendo le distanze dal suo passato legato ad al-Qaeda.
In questo scenario, il ruolo degli Stati Uniti è stato determinante. L’inviato statunitense per la Siria, Tom Barrack, ha incontrato sia il presidente al-Sharaa a Damasco sia il comandante curdo Mazloum Abdi a Erbil, facilitando il dialogo tra “ex avversari”. Washington, che per anni ha sostenuto militarmente le SDF contro l’ISIS, vede ora nel nuovo governo di Damasco un interlocutore chiave per la stabilità regionale.
Per le forze curde, l’accordo rappresenta un compromesso doloroso ma necessario. Come dichiarato da Mazloum Abdi, la decisione di cedere i territori e accettare l’integrazione è stata presa “per evitare una nuova guerra civile”. Dopo aver stabilito un’amministrazione autonoma per oltre dieci anni nel nord-est della Siria (il Rojava), i curdi affrontano ora la fine di quel progetto in cambio della pace e di un riconoscimento istituzionale all’interno del nuovo Stato siriano.
Le sfide future: dalla sovranità alla ricostruzione
Durante l’incontro con l’inviato americano, il presidente al-Sharaa ha ribadito con forza “l’unità e la sovranità della Siria su tutto il suo territorio”, sottolineando la necessità di avviare un dialogo nazionale per la ricostruzione del Paese “con la partecipazione di tutti i siriani”. La strada, tuttavia, è ancora in salita.
L’integrazione di decine di migliaia di combattenti curdi in un esercito nazionale unificato richiederà tempo e fiducia reciproca. La gestione della delicata questione dei prigionieri dell’ISIS metterà alla prova la capacità del nuovo governo di garantire sicurezza e giustizia. Infine, la ricostruzione economica di un Paese in macerie dipenderà in larga parte dalla capacità di Damasco di attrarre investimenti e ottenere la rimozione delle sanzioni internazionali, un processo già timidamente avviato dall’amministrazione statunitense. L’accordo con i curdi è, senza dubbio, il primo, cruciale passo in questo lungo e complesso cammino.
