TEHERAN – La retorica tra Iran e Stati Uniti raggiunge nuovi picchi di asprezza. In un discorso pronunciato in occasione della festività islamica dell’Eid al-Mab’ath, la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha lanciato un attacco frontale a Washington, accusando l’amministrazione americana di avere come unico obiettivo “il dominio militare, politico ed economico” della Repubblica Islamica. Le sue parole, cariche di sfida, hanno immediatamente provocato una reazione altrettanto dura da parte della Casa Bianca, alimentando i timori di un’escalation in una delle aree più instabili del pianeta.
Le accuse di Khamenei: “L’America vuole divorare l’Iran”
Nel suo intervento, Khamenei non ha usato mezzi termini, definendo le recenti proteste che hanno scosso il paese come una “sedizione istigata dall’America”. Secondo la massima autorità religiosa e politica iraniana, i disordini sarebbero stati pianificati da Washington con lo scopo di destabilizzare il regime e ripristinare l’egemonia perduta dopo la rivoluzione islamica del 1979. “Sulla base di 50 anni di esperienza, affermo in modo deciso ed esplicito che l’obiettivo dell’America è quello di divorare l’Iran”, ha dichiarato Khamenei, aggiungendo che “fin dal primo giorno gli Stati Uniti hanno cercato di ripristinare la loro egemonia politica ed economica sull’Iran”.
La Guida Suprema ha inoltre ritenuto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, “colpevole per le vittime, i danni e le calunnie” rivolte alla nazione iraniana durante le manifestazioni. Questo attacco diretto si inserisce in un contesto di crescente repressione interna, con Khamenei che ha esortato la nazione a “spezzare la schiena dei sediziosi”.
La risposta degli Stati Uniti: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”
La replica di Washington non si è fatta attendere. Il Dipartimento di Stato americano, attraverso un comunicato pubblicato anche in farsi sul social network X, ha avvertito Teheran che “tutte le opzioni restano sul tavolo”. Il messaggio, chiaro e minaccioso, fa riferimento a “segnalazioni secondo cui la Repubblica Islamica starebbe preparando opzioni per colpire basi americane”. “Se il regime attaccasse le risorse americane”, si legge nella nota, “si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente. Non scherzate con il presidente Trump”.
Queste dichiarazioni si inseriscono in una strategia di “massima pressione” che l’amministrazione Trump ha perseguito fin dal suo ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) nel 2018. Da allora, sono state reintrodotte e inasprite pesanti sanzioni economiche che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana, con l’obiettivo dichiarato di costringere Teheran a rinegoziare l’accordo e a limitare il suo programma missilistico e la sua influenza regionale.
Un contesto di alta tensione regionale
Lo scambio di accuse tra Teheran e Washington si colloca in un quadro geopolitico estremamente complesso e volatile. Il Medio Oriente è attraversato da molteplici crisi, dalla situazione a Gaza alle tensioni nel Golfo Persico. La politica estera americana nella regione appare focalizzata sul contenimento dell’Iran, visto come un attore destabilizzante e una minaccia per gli alleati storici degli USA, come Israele e le monarchie del Golfo.
Le recenti proteste in Iran, scatenate da difficoltà economiche e da un profondo malcontento verso il regime, hanno fornito un ulteriore terreno di scontro. Mentre Teheran le dipinge come un complotto straniero, Washington le vede come un’opportunità per indebolire il governo degli Ayatollah e, potenzialmente, favorire un cambio di regime. In questo clima, ogni mossa viene interpretata come una provocazione, e il rischio di un errore di calcolo che possa portare a un conflitto aperto è sempre più concreto.
Le implicazioni economiche e il futuro delle relazioni
Al di là della retorica bellicosa, il confronto tra Iran e Stati Uniti ha profonde radici e conseguenze economiche. Le sanzioni americane hanno isolato l’Iran dal sistema finanziario globale, colpendo duramente settori chiave come quello petrolifero e limitando l’accesso a beni e tecnologie. Questo ha esacerbato i problemi strutturali dell’economia iraniana, alimentando l’inflazione e la disoccupazione, fattori che hanno contribuito a scatenare le proteste popolari.
Il futuro delle relazioni tra i due Paesi appare incerto. Da un lato, l’amministrazione Trump sembra determinata a mantenere una linea dura, combinando la pressione economica con la minaccia militare. Dall’altro, il regime iraniano, pur mostrando una facciata di sfida e unità, si trova ad affrontare una crescente pressione interna e un isolamento internazionale. La possibilità di un dialogo sembra remota, ma in un contesto così teso, anche piccoli segnali di de-escalation potrebbero essere cruciali per evitare il peggio.
