La tensione tra Iran e Stati Uniti raggiunge nuovi vertici in un’escalation di dichiarazioni infuocate che intrecciano la politica internazionale con la drammatica situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica. Al centro dello scontro, le recenti affermazioni del presidente americano Donald Trump riguardo una presunta revoca delle condanne a morte per centinaia di prigionieri iraniani, seccamente smentite dal procuratore di Teheran, Ali Salehi, che le ha definite “sciocchezze inutili e infondate”. Una presa di posizione durissima che spegne le speranze di un’attenuazione della repressione e preannuncia, al contrario, un ulteriore inasprimento.

La dura replica di Teheran: “Risposta decisa e rapida”

Le parole del procuratore Salehi, riportate da media anti-regime come Iran International e IranWire e dall’organizzazione per i diritti umani Hrana, non lasciano spazio a interpretazioni. “Dovrebbe farsi gli affari suoi”, ha tuonato Salehi rivolgendosi a Trump, sottolineando che la risposta della magistratura iraniana ai manifestanti sarà “decisa, deterrente e rapida”. Pur senza fornire dettagli specifici sui numeri, il procuratore ha confermato che sono già state emesse numerose incriminazioni legate alle proteste e che i fascicoli sono stati trasmessi ai tribunali per l’avvio dei processi. Questa dichiarazione conferma la linea dura del regime, già espressa dalla Guida Suprema Ali Khamenei, che ha accusato Trump di aver fomentato le proteste e ha promesso di “spezzare la schiena ai sediziosi”.

Il contesto delle proteste e la repressione

Le proteste che stanno scuotendo l’Iran, esplose a fine dicembre 2025 a causa della grave crisi economica e della svalutazione della moneta, si sono rapidamente trasformate in un’ampia contestazione contro il regime. La risposta delle autorità è stata brutale. Secondo organizzazioni non governative come Human Rights Activists, il bilancio è drammatico: si parla di migliaia di morti e oltre ventimila arresti. L’ONG Iran Human Rights (IHR) ha documentato oltre 3.400 decessi, avvertendo del rischio imminente di esecuzioni di massa per i manifestanti arrestati, considerate uno strumento per “instillare paura e terrore nella società”. La repressione si attua anche attraverso un blocco quasi totale di Internet, che secondo alcune fonti potrebbe diventare permanente, limitando l’accesso alla rete globale solo a individui selezionati e controllati dal governo. Questa mossa mira a isolare il paese e a nascondere la reale portata delle violenze.

Lo scontro verbale tra Khamenei e Trump

Il botta e risposta tra Teheran e Washington si è intensificato con le accuse dirette della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, a Donald Trump. Khamenei ha definito il presidente USA “colpevole” per le vittime delle proteste, affermando che le manifestazioni sono il risultato di un “complotto americano”. La replica di Trump non si è fatta attendere. In una dichiarazione a Politico, ha invocato un cambio di regime, affermando che “è il momento di cercare una nuova leadership per l’Iran”. Anche il Dipartimento di Stato americano ha usato toni minacciosi, avvertendo Teheran di non “scherzare con il presidente Trump” e ribadendo che “tutte le opzioni restano sul tavolo” in caso di attacchi a risorse statunitensi.

La situazione dei prigionieri e le preoccupazioni internazionali

Mentre la diplomazia si infiamma, la sorte dei manifestanti arrestati desta profonda preoccupazione. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano l’uso di forza letale illegale come “politica di stato” e chiedono azioni diplomatiche urgenti per fermare il “bagno di sangue”. Emergono inoltre notizie inquietanti, come quella riportata dalla Bbc Persian, secondo cui le autorità iraniane starebbero chiedendo alle famiglie dei manifestanti uccisi ingenti somme di denaro per la restituzione dei corpi, in una macabra forma di ricatto. Il caso del giovane Erfan Soltani, inizialmente indicato come il primo manifestante condannato a morte, ha acceso i riflettori internazionali sulla pratica delle esecuzioni capitali per reati come la “guerra contro Dio”, una formula giuridica vaga che permette di infliggere la pena capitale anche senza prove concrete. Sebbene le autorità abbiano poi smentito la condanna a morte per Soltani, la minaccia incombe su migliaia di altri detenuti.

In questo clima di incertezza e violenza, le parole del procuratore Salehi rappresentano un segnale allarmante. La negazione di qualsiasi clemenza e la promessa di una giustizia rapida e inflessibile delineano un futuro cupo per l’opposizione interna, mentre lo scontro con gli Stati Uniti alimenta un’instabilità geopolitica i cui esiti sono ancora tutti da scrivere.

Di atlante

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