Un’onda rossa e bianca, i colori delle bandiere danesi e groenlandesi, ha inondato la piazza del municipio di Copenaghen in una giornata dal forte valore simbolico. Migliaia di persone, stimate dagli organizzatori in oltre 15.700 nella sola capitale, si sono radunate per lanciare un messaggio inequivocabile oltreoceano: la Groenlandia non è in vendita. La manifestazione, che si è poi mossa in corteo verso l’ambasciata americana, rappresenta la più visibile espressione di un dissenso che cova da tempo, alimentato dalle reiterate dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, riguardo al suo desiderio di annettere l’immensa isola artica.
Sotto un cielo grigio, i manifestanti hanno scandito a gran voce “Kalaallit Nunaat!”, il nome della Groenlandia nella lingua locale, un grido di identità e orgoglio. I cartelli, spesso ironici ma taglienti, hanno parafrasato i noti slogan del presidente americano con scritte come “Make America Go Away” o sottolineato l’assurdità della pretesa con frasi come “Gli Stati Uniti hanno già abbastanza ghiaccio”. La protesta non si è limitata alla capitale; manifestazioni analoghe sono state organizzate in altre importanti città danesi come Aarhus, Aalborg e Odense, testimoniando un sentimento diffuso in tutto il Paese.
La Voce dei Cittadini: Una Questione di Diritto e Dignità
Tra la folla, le ragioni della protesta erano chiare e sentite. “Per me è importante partecipare, perché si tratta fondamentalmente del diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione. Non ci si può lasciare intimidire da uno Stato, da un alleato. È una questione di diritto internazionale”, ha dichiarato ai media Kirsten Hjoernholm, dipendente dell’ONG Action Aid Danimarca, riassumendo il pensiero di molti. L’organizzazione Uagut, che rappresenta i groenlandesi residenti in Danimarca, ha sottolineato come l’obiettivo sia “inviare un messaggio chiaro e unitario di rispetto per la democrazia e i diritti umani fondamentali della Groenlandia”. La popolazione locale, infatti, si è sentita involontariamente catapultata “in prima linea nella lotta per la democrazia e i diritti umani”, come ha affermato la direttrice di Uagut, Julie Rademacher.
Le Radici della Tensione: Un Interesse Americano di Lunga Data
L’interesse di Donald Trump per la Groenlandia, emerso pubblicamente per la prima volta durante la sua precedente amministrazione nel 2019, ha ripreso vigore di recente con toni più assertivi, parlando dell’isola come di un territorio necessario per la sicurezza nazionale americana. Questa visione, però, non è un capriccio estemporaneo, ma si inserisce in una lunga storia di interesse strategico statunitense per l’isola. Già nel 1867 e di nuovo nel 1946, con il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni di dollari in oro, Washington aveva tentato di acquistare il territorio. La posizione geografica della Groenlandia è sempre stata cruciale: durante la Seconda Guerra Mondiale fu occupata dagli USA per prevenire un’avanzata nazista, e durante la Guerra Fredda divenne un avamposto fondamentale per la NATO, ospitando la strategica base aerea di Thule (oggi Pituffik Space Base).
Groenlandia: Un Gigante Geopolitico ed Economico
Oggi, il valore della Groenlandia va ben oltre la pura strategia militare. Lo scioglimento dei ghiacci, conseguenza del cambiamento climatico, sta aprendo nuove e più brevi rotte marittime nell’Artico, come il Passaggio a Nord-Ovest, rivoluzionando il commercio globale e accendendo la competizione tra le grandi potenze: USA, Russia e Cina. Inoltre, il sottosuolo groenlandese è ricco di risorse naturali: si stima la presenza di miliardi di barili di petrolio e, soprattutto, di vasti giacimenti di minerali e terre rare, essenziali per le moderne tecnologie e di cui la Cina detiene attualmente quasi il monopolio.
Questi fattori hanno trasformato l’Artico in una nuova frontiera geopolitica ed economica, e la Groenlandia si trova esattamente al centro di questa contesa. Non a caso, anche l’Unione Europea ha recentemente rafforzato la sua presenza aprendo un ufficio commerciale a Nuuk, la capitale groenlandese, per promuovere la cooperazione.
La Risposta Ferma di Danimarca e Groenlandia
Di fronte alle pressioni americane, la risposta delle istituzioni è stata tanto rapida quanto ferma. La premier danese Mette Frederiksen ha definito “assurda” l’idea di una vendita, esortando gli Stati Uniti a “porre fine alle minacce contro un alleato storico”. Anche il governo autonomo della Groenlandia ha ribadito la propria posizione con forza. Il premier Múte Egede ha dichiarato: “Non siamo in vendita e non lo saremo mai. Il nostro futuro è deciso da noi in Groenlandia. Non vogliamo essere americani, o danesi. Siamo groenlandesi”. Formalmente parte del Regno di Danimarca, la Groenlandia gode infatti di un’ampia autonomia dal 2009, gestendo in proprio quasi tutte le competenze, inclusa la gestione delle sue ingenti risorse naturali, ad eccezione della politica estera e della difesa. In risposta alle crescenti tensioni, la Danimarca ha annunciato un piano da quasi due miliardi di euro per potenziare la sorveglianza e la sicurezza nell’Artico.
Le manifestazioni di Copenaghen e del resto della Danimarca non sono quindi solo una reazione a una proposta immobiliare fuori scala, ma una profonda affermazione di sovranità, identità e del diritto di un popolo a scegliere il proprio destino in un mondo in rapida evoluzione.
