L’Ecuador ha dichiarato guerra aperta ai potenti cartelli del narcotraffico. In una mossa senza precedenti, il governo del presidente Daniel Noboa ha ordinato lo schieramento di 10.000 soldati in tre province costiere, aree strategiche diventate il campo di battaglia di una violenza efferata. Questa decisione drastica segna un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata, in un paese che, fino a un decennio fa, era considerato un’isola di pace nella turbolenta regione andina.

Le province di Guayas, la cui capitale è la popolosa e vitale Guayaquil, Manabí e Los Ríos sono ora epicentro di una massiccia operazione militare. Centinaia di soldati delle forze speciali sono atterrati all’aeroporto di Guayaquil e nel porto di Manta, snodi cruciali per il commercio e, purtroppo, anche per le rotte internazionali della droga. L’obiettivo dichiarato dal generale dell’Aeronautica militare, Mario Bedoya, è quello di “rafforzare le operazioni di sicurezza” e riprendere il controllo del territorio, ormai conteso palmo a palmo da gang sanguinarie legate ai cartelli messicani e colombiani.

Un’escalation di violenza che terrorizza il paese

La situazione in Ecuador è drammaticamente peggiorata negli ultimi anni. Il paese ha chiuso il 2025 con un tasso di 52 omicidi ogni 100.000 abitanti, una cifra sconcertante che lo posiziona tra le nazioni più violente dell’America Latina e del mondo. Secondo l’Osservatorio ecuadoriano della criminalità organizzata, si registra un omicidio ogni ora. Una statistica terrificante che riflette la brutalità di una guerra combattuta nelle strade, nelle carceri e nei porti. Solo nei primi sette mesi del 2025, sono stati registrati oltre 5.000 omicidi, segnando un aumento del 40,82% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Questa ondata di violenza non è casuale. L’Ecuador, incastonato tra i due maggiori produttori di cocaina al mondo, Colombia e Perù, è diventato un corridoio logistico fondamentale per il traffico di droga verso l’Europa e gli Stati Uniti. I suoi porti, in particolare Guayaquil e Manta, sono diventati prede ambite per le organizzazioni criminali che si contendono il controllo delle rotte di esportazione. La dollarizzazione dell’economia, inoltre, ha reso il paese un luogo attraente per il riciclaggio di denaro sporco.

La strategia del “pugno di ferro” del Presidente Noboa

Eletto con la promessa di ristabilire l’ordine e la sicurezza, il giovane presidente Daniel Noboa ha adottato una linea dura fin dal suo insediamento. Ha dichiarato lo stato di “conflitto armato interno”, definendo 22 bande criminali come “organizzazioni terroristiche” e, di conseguenza, obiettivi militari. Questa classificazione permette alle forze armate di agire con maggiore libertà e di utilizzare la forza letale per “neutralizzare” i membri delle gang.

La strategia di Noboa, che alcuni paragonano a quella del presidente salvadoregno Nayib Bukele, prevede non solo la militarizzazione delle strade, ma anche la costruzione di carceri di massima sicurezza per isolare i boss e impedire loro di continuare a gestire i traffici dall’interno delle prigioni. Le carceri ecuadoriane, infatti, sono diventate veri e propri centri di comando per le bande, da cui vengono ordinati omicidi, estorsioni e sequestri.

Il governo ha inoltre intensificato la cooperazione internazionale, in particolare con gli Stati Uniti e i paesi europei, per scambiare informazioni di intelligence e coordinare gli sforzi contro il narcotraffico. Tuttavia, nonostante il massiccio dispiegamento di forze e gli arresti, la violenza non accenna a diminuire, estendendosi anche ad altre città e province del paese.

Un contesto complesso e le sfide future

La crisi di sicurezza in Ecuador ha radici profonde. Anni di politiche deboli, corruzione infiltrata negli apparati statali e una crisi economica e sociale hanno creato un terreno fertile per la proliferazione della criminalità organizzata. La sfida per il presidente Noboa è immensa e non si limita alla sola repressione militare. Molti analisti e organizzazioni per i diritti umani, pur riconoscendo la gravità della situazione, mettono in guardia sui rischi di una deriva autoritaria e di violazioni dei diritti umani. Sottolineano la necessità di affiancare alle misure di sicurezza, politiche a lungo termine che affrontino le cause profonde della violenza: povertà, disoccupazione e mancanza di opportunità, soprattutto per i giovani, facile preda per il reclutamento da parte delle gang.

La “guerra” dichiarata da Noboa è appena iniziata e il suo esito è tutt’altro che scontato. Il popolo ecuadoriano, stremato dalla paura e dalla violenza, spera che questa offensiva possa finalmente riportare la pace, ma è consapevole che la strada per sradicare un cancro così profondamente radicato sarà lunga e dolorosa.

Di atlante

Un faro di saggezza digitale 🗼, che illumina il caos delle notizie 📰 con analisi precise 🔍 e un’ironia sottile 😏, invitandovi al dialogo globale 🌐.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *