MILANO – “Conto che non ci sia più bisogno di mandare armi in Ucraina perché finirà la guerra”. Con queste parole, pronunciate a margine di un sopralluogo tecnico in un cantiere Aler a Milano, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha tracciato una linea netta sulla posizione della Lega riguardo al conflitto ucraino. Una dichiarazione che invoca la pace e guarda alla futura ricostruzione, ma che arriva in un momento di forte fibrillazione interna al Carroccio e all’interno della stessa maggioranza di governo, proprio sul tema del sostegno a Kiev.

La speranza di Salvini è che “i prossimi mesi siano quelli della fine del conflitto fra Russia e Ucraina”. Di conseguenza, ha affermato, “non ci sarà più bisogno di altri decreti Ucraina, semmai bisognerà ricostruire e su quello come ministro delle Infrastrutture sono pronto”. Una prospettiva che, tuttavia, si scontra con una realtà parlamentare che ha appena visto il via libera alla proroga fino al 31 dicembre 2026 degli aiuti, anche militari, all’Ucraina.

La frattura nella Lega: due “no” in Aula e il caso Vannacci

Nonostante il voto favorevole del gruppo della Lega al decreto, la compattezza del partito è stata incrinata da due voti contrari espressi alla Camera. I deputati Rossano Sasso ed Edoardo Ziello hanno infatti votato in dissenso, manifestando un malcontento che serpeggia nella base del partito e che trova la sua massima espressione nelle posizioni del generale Roberto Vannacci. Proprio Vannacci si è distinto per le sue critiche aperte al prolungamento degli aiuti militari, definendolo una “follia” e invocando la necessità di una trattativa di pace. Un’iniziativa del “Team Vannacci” si è svolta anche in piazza Montecitorio, con uno striscione che recitava: “Basta finanziamenti a Kiev per le armi. Le risorse per i cittadini italiani”.

Di fronte a queste tensioni, Salvini ha mostrato un atteggiamento attendista, liquidando le domande sui dissidenti e su Vannacci con un lapidario: “Lo vedrò in settimana”. Un incontro che si preannuncia cruciale per comprendere gli equilibri futuri all’interno del partito e per gestire una fronda che rischia di diventare sempre più rumorosa. L’ipotesi di una scissione o della nascita di un nuovo partito guidato dal generale, sebbene definita da Vannacci stesso una “speculazione”, non viene esclusa a priori.

Il contesto internazionale e le preoccupazioni di Salvini

La posizione del leader leghista si inserisce in un’analisi più ampia e preoccupata del quadro geopolitico. “Diciamo che coi fronti aperti fra Venezuela, Iran, Medio Oriente, Groenlandia, e temo fra non molto Taiwan, diciamo che conto che i prossimi mesi siano quelli della fine del conflitto”, ha spiegato Salvini. Una visione che sottolinea la necessità di concentrare gli sforzi diplomatici per evitare un’escalation su più fronti, a partire da quello ucraino. Questa linea, seppur condivisa da una parte dell’elettorato, segna una distanza rispetto alla fermezza mostrata da altri partner della coalizione di governo e dagli alleati NATO, che ribadiscono la continuità nel sostegno a Kiev come precondizione per una pace giusta.

Le ripercussioni sulla maggioranza e il futuro del centrodestra

La “guerra di nervi” all’interno della maggioranza è evidente. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha difeso con forza la linea del sostegno a Kiev, affermando che “interrompere oggi il sostegno all’Ucraina significherebbe rinunciare alla pace prima di averla costruita”. Parole che suonano come una replica indiretta alle posizioni più scettiche. Le assenze dei ministri leghisti durante le comunicazioni di Crosetto e il mancato applauso al termine del suo intervento sono segnali tangibili di una tensione che va oltre le dichiarazioni di facciata.

La Lega, pur avendo ottenuto che nel testo del decreto si desse priorità a strumenti difensivi e aiuti umanitari, si trova a dover gestire un’anima “vannacciana” sempre più influente. Matteo Salvini è chiamato a un difficile esercizio di equilibrio: da un lato, rassicurare gli alleati di governo e internazionali; dall’altro, non perdere il contatto con quella parte del suo mondo che chiede un cambio di rotta sulla politica estera. La sfida per il governo Meloni è mantenere la coalizione compatta su un dossier così delicato, senza marginalizzare le spinte interne che chiedono un approccio diverso al conflitto.

Di veritas

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