TEHERAN – “L’ordine è stato ripristinato”. Con queste parole, cariche di una retorica trionfalistica, il capo della polizia iraniana, il generale di brigata Ahmad-Reza Radan, ha annunciato la fine dei disordini che per giorni hanno scosso le fondamenta della Repubblica Islamica. In una dichiarazione rilasciata all’emittente Press Tv e ripresa dal quotidiano israeliano Haaretz, Radan ha attribuito il successo dell’operazione di contenimento alla “cooperazione tra la popolazione e le forze di sicurezza”, definendola “il segreto di questa vittoria”. “Per grazia di Dio e con la presenza consapevole del popolo, l’ultimo chiodo è stato piantato nella bara del terrorismo”, ha concluso il generale.
Tuttavia, dietro la facciata di una calma imposta, emerge un quadro drammaticamente diverso, dipinto dalle testimonianze che riescono a filtrare nonostante un blackout quasi totale di Internet e delle comunicazioni. Organizzazioni per i diritti umani e media internazionali parlano di una repressione brutale e senza precedenti nella storia recente del Paese, con un bilancio di vittime e arresti che contraddice nettamente la versione ufficiale del regime.
LA VERSIONE DEL REGIME CONTRO LA REALTÀ SUL CAMPO
La narrazione governativa, veicolata dai media di stato, descrive i manifestanti come “terroristi” e “rivoltosi”, manovrati da nemici esterni come Stati Uniti e Israele, intenti a “disintegrare il Paese”. Il religioso Ahmad Khatami, durante la preghiera del venerdì a Teheran, ha persino invocato la pena di morte per i dimostranti arrestati, definendoli “maggiordomi di Netanyahu” e “soldati di Trump”. Secondo le cifre ufficiali, circa 3.000 persone sarebbero state arrestate per aver avuto un ruolo nei disordini.
Questa versione, però, si scontra con i dati raccolti da attivisti e organizzazioni non governative. L’agenzia Human Rights Activists News Agency (HRANA), che opera al di fuori dell’Iran ma si basa su testimonianze verificate, stima che il numero degli arrestati superi le 19.000 persone e che le vittime della repressione siano migliaia. Amnesty International ha denunciato “uccisioni illegali di massa di dimensioni senza precedenti”, parlando di una spirale di violenza nascosta al mondo dal blocco delle comunicazioni. Anche Iran International, importante media dell’opposizione con sede a Londra, ha parlato del “più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran”, con un numero di vittime che potrebbe arrivare fino a 12.000 o addirittura 20.000, molte delle quali giovani.
UN CONTESTO DI CRISI ECONOMICA E TENSIONE GEOPOLITICA
Le proteste, iniziate a fine dicembre, affondano le loro radici in una profonda crisi economica che attanaglia il Paese da anni. Un’inflazione galoppante, che ha superato il 40%, e il crollo del valore della moneta locale, il rial, hanno esasperato una popolazione già provata da decenni di sanzioni internazionali e da una gestione economica criticata. La rabbia per le condizioni di vita si è rapidamente saldata a istanze di maggiore libertà e a una contestazione radicale del sistema teocratico al potere dal 1979.
La situazione interna è ulteriormente complicata da un contesto geopolitico ad alta tensione. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, hanno mantenuto una forte pressione su Teheran, varando nuove sanzioni contro i funzionari ritenuti responsabili della repressione e non escludendo l’opzione militare. La Casa Bianca ha inoltre affermato che le proprie pressioni avrebbero portato alla sospensione di circa 800 esecuzioni. Parallelamente, si muove la diplomazia internazionale, con colloqui telefonici tra il presidente russo Vladimir Putin, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, nel tentativo di mediare e allentare la tensione.
IL BLOCCO DI INTERNET E IL FUTURO INCERTO
Un elemento chiave della strategia repressiva del regime è stato l’imponente blackout di Internet, definito da NetBlocks il più lungo mai registrato nel Paese. Le autorità hanno annunciato che il blocco potrebbe protrarsi fino a fine marzo, in coincidenza con il capodanno persiano (Nowruz), adducendo “ragioni di sicurezza”. Questa mossa, secondo molti osservatori, non è una misura temporanea ma una scelta politica deliberata per impedire la circolazione di informazioni indipendenti e nascondere la reale portata della violenza.
Mentre il regime celebra il ritorno alla normalità, il futuro dell’Iran appare più incerto che mai. La calma apparente potrebbe nascondere le braci di un dissenso profondo e diffuso, pronto a riemergere. Sullo sfondo, la voce dell’opposizione in esilio, come quella di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, che da Washington si dice pronto a tornare per guidare una transizione. La comunità internazionale osserva con apprensione, consapevole che la stabilità di un’intera regione dipende dagli sviluppi di questa crisi complessa e drammatica.
