VASTO – Una scelta dettata dal cuore, dal semplice desiderio di “dare una mano dove serve”, si è trasformata in un caso mediatico nazionale. Protagonista è Lidia Camilla Vallarolo, un’insegnante di Vasto in pensione da poco più di un anno, che ha accettato il delicato incarico di seguire il percorso di istruzione dei tre bambini della cosiddetta “famiglia del bosco”. Una storia complessa, che ha acceso i riflettori su uno stile di vita non convenzionale e ha sollevato interrogativi sul ruolo delle istituzioni e sul superiore interesse dei minori.
Una disponibilità nata per caso
Originaria di Torino ma vastese d’adozione da quando aveva 12 anni, Lidia Camilla Vallarolo ha una lunga carriera nell’insegnamento, spesa dal 1996 presso la scuola Spataro. Dopo la pensione, il suo intento era quello di continuare a rendersi utile, offrendosi come volontaria per supportare le sue ex colleghe con i numerosi bambini stranieri arrivati di recente, spesso senza conoscere la lingua italiana. “Io credo che quando una persona decide di mettersi a disposizione per dare un aiuto non debba scegliere dove andare in base alle proprie preferenze, ma recarsi dove serve. Me l’hanno chiesto e ho risposto di sì”, ha dichiarato al quotidiano Il Centro. È in questo contesto che è nata la proposta di occuparsi dei tre fratellini, figli di una coppia anglo-australiana, al centro di un provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila.
Il contesto della “famiglia del bosco”
La vicenda della famiglia, composta da Catherine Birmingham e Nathan Trevallion e i loro tre figli (una bambina di 8 anni e due gemelli di 6), è emersa quando, a seguito di un’intossicazione da funghi nel 2024, le autorità hanno scoperto le loro condizioni di vita in un casolare isolato nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti. La famiglia viveva senza allacci a luce, acqua corrente e gas, adottando uno stile di vita autosufficiente e praticando l’unschooling, una forma radicale di istruzione parentale. Questa scelta ha portato a una segnalazione ai servizi sociali e alla Procura per i minorenni, che ha disposto l’allontanamento dei bambini e la sospensione della responsabilità genitoriale, collocando i minori e la madre in una casa famiglia a Vasto dal 20 novembre.
Il Tribunale ha ritenuto le condizioni abitative non idonee e ha evidenziato una “scarsa scolarizzazione” dei bambini, motivando così il provvedimento per “grave pregiudizio per l’integrità fisica e psichica” dei minori. La decisione ha scatenato un acceso dibattito pubblico, con una parte dell’opinione pubblica che difende il diritto della famiglia a uno stile di vita alternativo.
L’approccio della maestra: cautela e gioco
Consapevole della delicatezza della situazione, la maestra Vallarolo intende avvicinarsi ai bambini con grande cautela. “Immagino che siano bambini stressati dalla situazione che stanno vivendo, quindi bisogna muoversi con cautela”, ha spiegato. Il suo primo approccio non sarà rigido o formale, ma basato sulla fiducia e sul gioco: “Magari proverò a farli giocare un po’ per rompere il ghiaccio”. I primi incontri, avvenuti nella casa famiglia, sembrano aver dato esiti positivi. La maestra ha parlato di “belle sensazioni” e di bambini “tranquilli” e “curiosi”. L’obiettivo primario è insegnare loro a leggere, scrivere e contare, avviando un percorso di alfabetizzazione in un ambiente che possa replicare una normalità didattica.
Un aspetto incoraggiante, emerso durante le prime lezioni, è stato l’atteggiamento collaborativo della madre, Catherine. Contrariamente a quanto descritto in alcune relazioni iniziali che la dipingevano come ostile all’istruzione formale, la donna si è mostrata presente e ha incoraggiato i figli nel nuovo percorso.
Il peso del clamore mediatico
Ciò che preoccupa maggiormente l’insegnante non è l’aspetto didattico, ma la pressione esterna. “Se avessi saputo che ne sarebbe nata tutta questa confusione mediatica, forse avrei rinunciato. Io avrei voluto agire nell’anonimato”, ha confessato. L’insegnante si è detta spaventata dalle “telefonate continue dai numeri sconosciuti” e preoccupata per come le sue intenzioni possano essere travisate dai media. Il timore è quello di ricevere denunce o di essere strumentalizzata in una vicenda dal clima già molto teso. “Spero di poter svolgere il mio lavoro in pace, per il bene di questi piccoli”, è il suo appello. Un desiderio di normalità per poter offrire ai bambini la serenità necessaria ad apprendere e a superare un momento di grande cambiamento.
