Milano – Si è tenuta oggi, presso la quinta sezione penale del Tribunale di Milano, una delle udienze cruciali del processo che vede imputata una donna di 45 anni per il reato di stalking aggravato ai danni della nota modella e attrice di origine romena, Madalina Ghenea. La Procura ha formalizzato la richiesta di una condanna a 2 anni di reclusione per l’imputata, ritenuta responsabile di una campagna persecutoria durata anni e condotta principalmente attraverso i social media. La sentenza definitiva è attesa per il prossimo 4 febbraio.

Le richieste dell’accusa e delle parti civili

Il vice procuratore onorario, Marisa Marchini, ha avanzato la richiesta di condanna a due anni, proponendo al contempo al collegio giudicante, presieduto dalla giudice Elisabetta Canevini, il riconoscimento delle attenuanti generiche, da considerarsi equivalenti all’aggravante dell’utilizzo del mezzo informatico. Una richiesta che tiene conto della complessità della vicenda e della natura telematica del reato.

Di ben altro tenore le richieste avanzate dalla parte civile. L’avvocato Maria Manuela Mascalchi, che assiste sia Madalina Ghenea sia sua madre, anch’essa costituitasi parte civile, ha quantificato i danni subiti in cifre molto elevate. Per l’attrice è stato chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro, con una provvisionale immediatamente esecutiva di 500 mila euro. Per la madre, travolta suo malgrado nella spirale di odio, la richiesta è di 200 mila euro di danni e 50 mila di provvisionale. Somme che, secondo la legale, riflettono la gravità e la durata delle persecuzioni, che avrebbero profondamente segnato la vita privata e professionale delle sue assistite.

Un incubo durato anni tra minacce e offese

Il calvario di Madalina Ghenea, come emerso durante il dibattimento, sarebbe iniziato anni fa, trasformandosi in un’ossessione quotidiana. L’imputata, una connazionale di 45 anni, avrebbe utilizzato numerosi profili social falsi per inondare i canali ufficiali dell’attrice con messaggi denigratori, insulti e minacce di morte. “Ricordati che devi morire“, accompagnato dall’emoticon di una bara, è solo uno dei tanti messaggi agghiaccianti ricevuti dalla Ghenea. Le offese non si limitavano alla sfera personale, ma miravano a danneggiare anche la sua immagine pubblica e la sua carriera, con commenti volgari sul suo aspetto fisico, come “labbra rifatte”.

La persecuzione non si è fermata ai profili social della vittima. La stalker avrebbe infatti contattato sistematicamente amici, familiari e collaboratori di lavoro dell’attrice, inclusi registi di fama internazionale come Paolo Sorrentino, Paolo Genovese e Ridley Scott, nel tentativo di isolarla e danneggiarla professionalmente. Questa campagna d’odio avrebbe causato a Madalina Ghenea non solo un profondo stato d’ansia e paura, costringendola a cambiare le proprie abitudini di vita, ma anche concreti danni economici, con la perdita di opportunità lavorative.

In una toccante testimonianza in aula, l’attrice ha raccontato in lacrime l’impatto devastante di questa persecuzione: “Ci sono stati momenti in cui avevo paura a uscire di casa, ero penalizzata tanto anche nelle relazioni. Non mi fidavo di nessuno“. Ha inoltre rivelato un dettaglio particolarmente crudele: durante la sua gravidanza, nel 2016, riceveva immagini di bambini morti. “Sono qui oggi perché voglio giustizia“, ha dichiarato con fermezza, “per mia figlia che mi ha vista piangere e star male, sono qui per mia mamma“.

La linea difensiva: “Account violato, non sono stata io”

Di fronte a un quadro accusatorio così pesante, la difesa dell’imputata, sostenuta dall’avvocato Fabio Martinez, ha chiesto la piena assoluzione. La 45enne, durante il suo interrogatorio, si è dichiarata “dispiaciuta” per la vicenda, negando però ogni addebito. La sua tesi è quella di essere stata a sua volta una vittima: qualcuno si sarebbe “impossessato fraudolentemente” delle sue credenziali di accesso ai social media. “Non frequento i social e mai mi sarei sognata di scrivere cose del genere“, ha affermato la donna, disconoscendo la paternità dei messaggi incriminati. Una versione che la Procura e le parti civili ritengono non credibile.

Ora la parola passa ai giudici della quinta sezione penale, che il prossimo 4 febbraio emetteranno la sentenza, ponendo fine, almeno dal punto di vista processuale, a una vicenda che accende ancora una volta i riflettori sul lato oscuro dei social network e sul reato di stalking, una forma di violenza psicologica che lascia ferite profonde e difficili da rimarginare.

Di veritas

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