Un bilancio drammatico che continua a salire. Le proteste che stanno scuotendo l’Iran hanno raggiunto un livello di violenza senza precedenti, con un numero di vittime che, secondo le stime più recenti, supera le 2.500 unità. A fornire questo dato allarmante è l’organizzazione per i diritti umani Hrana (Human Rights Activists News Agency), con sede negli Stati Uniti, che monitora costantemente la situazione nel Paese. Secondo il rapporto diffuso, il totale delle persone uccise ammonterebbe ad almeno 2.571.
Questa cifra, che supera di gran lunga i bilanci di precedenti ondate di malcontento, come quelle del 2022 legate alla morte di Mahsa Amini, offre uno spaccato della brutalità della repressione in atto. Il dettaglio fornito da Hrana è agghiacciante: tra le vittime si conterebbero 2.403 manifestanti, 147 individui affiliati al governo, 12 minori di 18 anni e nove civili non direttamente coinvolti nelle proteste.
Le cause della protesta: crisi economica e malcontento sociale
Le manifestazioni, iniziate alla fine di dicembre, sono state innescate da una grave crisi economica, con il crollo del rial, la valuta locale, e un’inflazione galoppante che ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini. Lo sciopero dei mercanti del Grande Bazar di Teheran è stato la scintilla che ha rapidamente esteso la protesta a macchia d’olio in tutto il Paese, coinvolgendo 187 città in tutte le 31 province iraniane. Quelle che erano nate come rivendicazioni economiche si sono presto trasformate in una più ampia contestazione contro l’establishment clericale e la leadership della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei.
La risposta del governo: repressione e blackout informativo
La reazione delle autorità iraniane è stata immediata e durissima. Le forze di sicurezza, inclusi i Guardiani della Rivoluzione e le forze speciali di polizia, sono state accusate di un uso illegale e sproporzionato della forza, impiegando armi da fuoco, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere i manifestanti. A questa brutale repressione si è aggiunto un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni telefoniche, una mossa strategica per impedire la diffusione di informazioni e immagini della violenza, rendendo estremamente difficile per le organizzazioni internazionali e i media verificare in modo indipendente la reale portata degli eventi. Organizzazioni come NetBlocks hanno confermato l’interruzione dei servizi internet, sottolineando come questo oscuri la piena scala della repressione.
Oltre alle vittime, Hrana riporta un numero impressionante di arresti, stimati in oltre 18.400, e più di 1.100 feriti gravi. Le autorità iraniane, dal canto loro, hanno fornito cifre ufficiali molto più contenute, parlando inizialmente di circa 2.000 morti e attribuendo la responsabilità delle violenze a “gruppi armati e terroristi” sostenuti da potenze straniere, in particolare Stati Uniti e Israele.
Le reazioni internazionali e le tensioni crescenti
La comunità internazionale ha reagito con crescente preoccupazione. L’Unione Europea sta preparando nuove sanzioni contro l’Iran per la repressione delle proteste, e diversi paesi membri hanno convocato gli ambasciatori iraniani. Le Nazioni Unite hanno espresso allarme per la violenza, con l’Alto Commissario per i Diritti Umani che ha chiesto la fine immediata della violenza e il ripristino dei servizi internet.
Particolarmente dura è stata la posizione degli Stati Uniti. L’ex presidente Donald Trump ha più volte esortato i manifestanti a continuare la loro lotta, promettendo un non meglio specificato “aiuto in arrivo” e avvertendo che Washington sta valutando diverse opzioni, inclusa quella militare, in risposta alla repressione. Teheran ha respinto fermamente queste dichiarazioni, accusando Washington di ingerenza e di fomentare i disordini.
Un quadro incerto e cifre discordanti
È fondamentale sottolineare come, a causa del blocco delle comunicazioni, le cifre sul numero delle vittime rimangano difficili da verificare in modo definitivo e siano spesso discordanti. Mentre Hrana parla di oltre 2.500 morti, altre fonti di attivisti e media di opposizione, come “Iran International”, hanno ipotizzato bilanci ancora più tragici, parlando di un numero di vittime che potrebbe arrivare fino a 12.000. Anche funzionari iraniani, in via non ufficiale, avrebbero ammesso un numero di morti superiore a quello dichiarato pubblicamente. Questa discrepanza evidenzia la drammatica difficoltà nel documentare la verità in un contesto di forte repressione e censura.
