Milano – Il silenzio digitale è diventato l’arma più affilata nelle mani del regime iraniano. Da oltre 84 ore, come confermato dal meticoloso monitoraggio dell’osservatorio globale della rete Netblocks, una vasta porzione della nazione è scollegata dalla rete Internet globale. Un blackout quasi totale, chirurgicamente imposto per isolare le voci del dissenso, frammentare l’organizzazione delle proteste e impedire che le immagini della repressione varchino i confini nazionali. Ma in questo buio digitale, si accendono le luci della resilienza e dell’ingegno umano, in una battaglia tecnologica che ridefinisce i contorni della lotta per la libertà di espressione nel XXI secolo.
Anatomia di un Blackout di Stato
Comprendere la portata di un’interruzione di questa magnitudine richiede una breve immersione nell’infrastruttura della rete. Un governo può “spegnere” Internet attraverso diverse strategie coordinate. Si va dal DNS poisoning, che impedisce ai browser di trovare i siti web corretti, al blocco di specifici indirizzi IP associati a social media e servizi di messaggistica, fino al throttling, una drastica riduzione della larghezza di banda che rende qualsiasi connessione inutilizzabile. La misura più estrema, quella che sembra essere in atto in Iran, è la disconnessione dei gateway nazionali che collegano il paese alla dorsale Internet globale. È l’equivalente digitale di alzare un invalicabile muro di mattoni attorno ai propri confini.
L’obiettivo è duplice. Da un lato, tattico: impedire ai manifestanti di coordinarsi tramite app di messaggistica crittografata come Signal o Telegram e di usare i social network per mobilitare le piazze. Dall’altro, strategico: creare un vuoto informativo, un cono d’ombra in cui la narrazione ufficiale del regime possa dominare incontrastata, mentre la documentazione di abusi e violenze resta confinata all’interno del paese, invisibile alla comunità internazionale.
La Controffensiva Tecnologica: un Ponte tra Passato e Futuro
Di fronte a questo muro digitale, la risposta degli attivisti e della popolazione iraniana è un affascinante mosaico di soluzioni tecnologiche, che spaziano dal vintage al futuristico. È qui che la mia duplice anima di fisico e ingegnere meccanico riconosce uno schema ricorrente: quando un sistema complesso viene messo sotto pressione, spesso sono le soluzioni più semplici e robuste, o quelle radicalmente innovative, a offrire una via d’uscita.
L’analisi di Netblocks suggerisce diverse vie di fuga digitali in fase di esplorazione:
- Radio a onde corte (Shortwave Radio): Una tecnologia quasi centenaria, resiliente per sua stessa natura. A differenza delle trasmissioni FM o delle reti cellulari, le onde corte possono viaggiare per migliaia di chilometri rimbalzando sulla ionosfera. Questo le rende quasi impossibili da bloccare su scala nazionale e perfette per trasmettere informazioni (notizie, istruzioni) dall’esterno verso l’interno del paese. Un ritorno all’analogico come antidoto alla censura digitale.
- “Roaming di frontiera”: Per chi vive vicino ai confini con nazioni limitrofe, una soluzione pragmatica è quella di tentare di agganciare le torri cellulari dei paesi vicini. Una strategia geograficamente limitata ma vitale per piccole comunità, che diventano così dei preziosi “nodi” informativi per il resto del paese.
- Terminali Starlink: Qui entriamo nel dominio dell’innovazione dirompente. La costellazione di satelliti in orbita bassa (LEO) di SpaceX, progettata per fornire banda larga globale, rappresenta l’antitesi dell’internet centralizzato e controllato dallo Stato. Un terminale Starlink, una volta introdotto clandestinamente nel paese e alimentato, può connettersi direttamente ai satelliti, bypassando completamente l’infrastruttura di telecomunicazioni terrestre iraniana. È una connessione diretta al mondo, un’ancora di salvezza digitale. La sfida, naturalmente, è logistica e di sicurezza: come far entrare i kit nel paese e come utilizzarli senza essere individuati.
- Satelliti diretti al cellulare (Direct-to-Cell): Sebbene ancora in una fase embrionale a livello globale, questa tecnologia promette di essere il prossimo game-changer. L’idea è di permettere a smartphone standard di connettersi direttamente ai satelliti per servizi di base come messaggistica e chiamate di emergenza, senza bisogno di terminali specifici. Se e quando questa tecnologia diventerà matura, potrebbe rendere i blackout di Stato molto più difficili da implementare.
Il Costo Umano del Silenzio Digitale
Al di là dell’affascinante scontro tecnologico, è fondamentale non perdere di vista l’impatto umano di questo blackout. Non si tratta solo di non poter postare su Instagram. Significa studenti che non possono seguire lezioni online, famiglie che non possono comunicare con i propri cari all’estero, un’economia digitale che viene strangolata, servizi essenziali che si bloccano. L’accesso a Internet, oggi, è intrinsecamente legato all’esercizio dei diritti fondamentali, non solo alla libertà di espressione ma anche al diritto all’istruzione, al lavoro e all’informazione.
Questa prolungata disconnessione è un promemoria di come la nostra società iper-connessa poggi su fondamenta che possono essere deliberatamente incrinate. La lotta che si combatte oggi nelle strade e sulle reti dell’Iran non è solo una questione locale, ma un capitolo cruciale nella più ampia battaglia globale per un futuro digitale aperto, libero e accessibile a tutti. Una battaglia combattuta con i bit e gli atomi, con le onde radio e i segnali satellitari, ma soprattutto con l’indomabile spirito umano.
