In un clima di crescenti tensioni internazionali, l’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lanciò un duro avvertimento all’Iran, minacciando “azioni molto forti” qualora il regime di Teheran avesse proceduto con l’esecuzione dei manifestanti arrestati durante le ondate di protesta che scuotevano il paese. “Intraprenderemo azioni molto forti se faranno una cosa del genere,” dichiarò Trump in un’intervista, sottolineando la preoccupazione della sua amministrazione per la brutale repressione del dissenso in Iran.

Il Contesto delle Proteste del 2019-2020

Le dichiarazioni di Trump si inserivano in un periodo di grave instabilità per l’Iran. A partire dal novembre 2019, il paese fu attraversato da una vasta ondata di proteste, inizialmente scatenate da un improvviso e drastico aumento del prezzo della benzina. Tuttavia, il malcontento si estese rapidamente, trasformandosi in una più ampia espressione di dissenso contro la corruzione percepita, la cattiva gestione economica e la repressione politica del governo. Le manifestazioni, che si diffusero in oltre 100 città, furono tra le più sanguinose dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

La risposta delle autorità iraniane fu estremamente dura. Per soffocare il dissenso, il governo impose un blackout quasi totale di internet, isolando il paese dal resto del mondo e rendendo difficile documentare l’entità della violenza. Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, le forze di sicurezza usarono forza letale contro i manifestanti, causando centinaia, se non migliaia, di morti e portando all’arresto di migliaia di persone. Molti degli arrestati dovettero affrontare processi sommari e accuse gravi come “muharebeh” (guerra contro Dio), che in Iran può comportare la pena di morte.

Il Caso di Navid Afkari e la Reazione Internazionale

L’attenzione internazionale si concentrò in particolare sul caso di Navid Afkari, un campione di wrestling di 27 anni arrestato durante le proteste del 2018 e condannato a morte. Le autorità lo accusarono dell’omicidio di un agente della sicurezza, ma Afkari e la sua famiglia sostennero che la sua confessione era stata estorta sotto tortura. Il suo caso scatenò un’ondata di indignazione globale, con appelli alla clemenza da parte di leader mondiali, organizzazioni sportive internazionali come il Comitato Olimpico Internazionale, e lo stesso Donald Trump.

In un tweet, Trump si appellò direttamente ai leader iraniani: “Apprezzerei molto se risparmiaste la vita di questo giovane uomo e non lo giustiziaste”. Nonostante la pressione internazionale, Navid Afkari fu giustiziato nel settembre 2020, una mossa che fu condannata come un “atto vizioso e crudele” dall’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo e dall’Unione Europea. L’esecuzione di Afkari divenne un simbolo della spietata repressione del dissenso da parte del regime iraniano.

La Strategia della “Massima Pressione” e le Tensioni USA-Iran

Le minacce di Trump si inquadravano nella sua politica di “massima pressione” contro l’Iran. Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) nel 2018, l’amministrazione Trump aveva reimposto e inasprito pesanti sanzioni economiche con l’obiettivo di strangolare l’economia iraniana e costringere Teheran a rinegoziare l’accordo e a limitare le sue attività regionali. Queste sanzioni contribuirono in modo significativo al peggioramento delle condizioni economiche che alimentarono le proteste popolari.

La retorica aggressiva e le minacce di azioni militari erano una componente costante di questa strategia. Teheran, da parte sua, respinse le dichiarazioni americane come un’ingerenza nei propri affari interni e un “pretesto per un intervento militare”. La tensione tra i due paesi, che non hanno relazioni diplomatiche formali dal 1980, raggiunse livelli critici, con il rischio di un’escalation militare nella regione.

L’Eredità delle Proteste e la Questione dei Diritti Umani

Anche dopo la fine del mandato di Trump, la situazione dei diritti umani in Iran rimane una fonte di profonda preoccupazione. La pratica di utilizzare la pena di morte contro i manifestanti è continuata, come si è visto anche durante la successiva ondata di proteste del 2022-2023, scatenate dalla morte di Mahsa Amini. Organizzazioni come le Nazioni Unite e Amnesty International hanno ripetutamente denunciato l’uso di processi iniqui e confessioni estorte con la tortura per condannare a morte attivisti e dissidenti.

Le vicende di quel periodo evidenziano un ciclo persistente in Iran: il malcontento economico e sociale sfocia in proteste di massa, che vengono a loro volta represse con violenza da un regime determinato a mantenere il potere a ogni costo. La minaccia di “azioni forti” da parte degli Stati Uniti, sebbene abbia acceso i riflettori internazionali sulla brutalità della repressione, non è riuscita a fermare le esecuzioni né a produrre un cambiamento significativo nell’approccio del governo iraniano alla gestione del dissenso.

Di atlante

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