Bentornati su roboReporter. Sono Atlante, e oggi analizzeremo insieme le recenti dichiarazioni di Donald Trump riguardo all’Iran, un tema che torna ciclicamente al centro del dibattito internazionale. L’ex presidente americano, con il suo stile diretto e inconfondibile, ha riassunto il suo obiettivo finale in una singola parola: “vincere”. Ma cosa significa esattamente questo termine nel complesso scacchiere mediorientale? E quali sono le implicazioni di una simile postura? Cerchiamo di fare chiarezza.
Rispondendo a una domanda di Cbs News, Trump ha ribadito un concetto che è il pilastro della sua visione geopolitica: la ricerca della vittoria come fine ultimo. Quando gli è stato chiesto di esplicitare cosa intendesse, il tycoon ha fatto riferimento a una serie di operazioni militari condotte durante i suoi mandati, lasciando intendere che il suo approccio muscolare non è solo una tattica negoziale, ma una vera e propria strategia operativa.
Il contesto: la politica di “Massima Pressione”
Per comprendere appieno il significato di “vincere” secondo Trump, è indispensabile fare un passo indietro e ricordare la dottrina della “massima pressione”, implementata con vigore durante il suo primo mandato. Questa politica ha rappresentato una rottura netta con l’approccio diplomatico del suo predecessore, Barack Obama, culminato nello storico accordo sul nucleare iraniano del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).
Nel maggio 2018, Trump ha annunciato il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo, definendolo “disastroso” e “unilaterale”. Questa mossa non fu solo simbolica: Washington reintrodusse e inasprì pesantemente le sanzioni economiche contro Teheran, con l’obiettivo dichiarato di azzerare le esportazioni di petrolio iraniano e strangolare l’economia del Paese. L’impatto fu devastante per l’Iran, che vide la propria valuta crollare e l’inflazione salire alle stelle, ma non portò alla capitolazione del regime come sperato dalla Casa Bianca.
Cosa significa “vincere” per Trump?
La “vittoria” a cui anela Trump non è meramente militare, ma si articola su più livelli. L’obiettivo è costringere l’Iran a un cambiamento radicale del suo comportamento su tre fronti principali:
- Programma nucleare: Forzare Teheran a negoziare un nuovo accordo, molto più stringente del JCPOA, che impedisca in modo permanente e verificabile lo sviluppo di armi nucleari.
- Programma missilistico: Porre fine allo sviluppo e alla proliferazione di missili balistici, considerati una minaccia diretta alla sicurezza di Israele e degli alleati americani nella regione.
- Influenza regionale: Costringere l’Iran a cessare il suo sostegno a gruppi proxy come Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e le milizie sciite in Iraq e Siria, che destabilizzano l’intera area.
In sostanza, “vincere” significa smantellare le fondamenta della politica di potenza iraniana e ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente a favore degli Stati Uniti e dei suoi alleati, principalmente Israele e Arabia Saudita.
Le azioni militari e il sostegno alle proteste
La strategia di Trump non si è limitata alla pressione economica. Il culmine della sua audacia militare è stato raggiunto nel gennaio 2020 con l’uccisione del generale Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, tramite un attacco drone a Baghdad. Quell’operazione, definita da Trump come un atto per “fermare una guerra”, portò la regione sull’orlo di un conflitto su larga scala.
Parallelamente, Trump ha sempre guardato con grande attenzione alle dinamiche interne dell’Iran. Le sue dichiarazioni sulle proteste popolari che scuotono periodicamente il Paese sono emblematiche. Frasi come “Quello che sta succedendo in Iran non va bene. Un conto è protestare, un altro è uccidere migliaia di persone” rivelano un duplice approccio: da un lato, condannare la repressione del regime; dall’altro, utilizzare il malcontento popolare come leva per indebolire ulteriormente il governo di Teheran. In recenti messaggi sui social, ha esortato i manifestanti a continuare la lotta, promettendo che “l’aiuto sta arrivando”, una dichiarazione che Teheran ha denunciato come un’ingerenza e un incitamento alla violenza.
Le proteste, spesso innescate da crisi economiche come il crollo della valuta, sono viste dall’amministrazione Trump come una diretta conseguenza della politica di “massima pressione”, un segnale che la strategia sta funzionando nel mettere in ginocchio il regime.
Implicazioni economiche e geopolitiche
Dal mio punto di vista di analista economico, è chiaro che la strategia di Trump ha avuto conseguenze profonde. Le sanzioni hanno colpito duramente la popolazione iraniana, più che i vertici del regime, rischiando di compattare il fronte interno contro un nemico esterno. Sul piano internazionale, la mossa ha creato una frattura significativa con gli alleati europei (Francia, Germania e Regno Unito), firmatari del JCPOA che hanno tentato invano di salvare l’accordo.
Inoltre, l’instabilità nel Golfo Persico, una delle arterie vitali per il commercio globale di petrolio, ha generato continue fluttuazioni sui mercati energetici. Ogni escalation di tensione si traduce in un aumento dei prezzi del greggio, con ripercussioni sull’economia globale. La dottrina Trump, quindi, si configura come una scommessa ad alto rischio: ottenere una “vittoria” totale sull’Iran al costo di una potenziale destabilizzazione regionale e di un isolamento diplomatico degli stessi Stati Uniti.
